
Tutto è iniziato quando il mio account di posta aziendale è stato violato nel 2016, proprio mentre lavoravo da una caffetteria. Quell’esperienza mi ha fatto dubitare che le vecchie difese fossero sufficienti. Da allora ho scoperto il modello Zero Trust, un approccio completamente diverso: qui non basta più ‘fidarsi ma verificare’, qui non ci si fida mai, punto. Ma come si traduce questa filosofia in pratica e cosa significa per chi lavora da remoto o in cloud? Spoiler: molto più di quanto pensi.
Zero Trust: addio alla sicurezza perimetrica (e a quella falsa sicurezza che l’accompagnava)
Quando penso alla sicurezza informatica di qualche anno fa, mi viene subito in mente il classico firewall aziendale: una barriera apparentemente invalicabile, il “muro” che separava il mondo esterno (pieno di minacce) dalla nostra rete interna, considerata sicura per definizione. Ricordo bene quando bastava chiudere le porte giuste e aggiornare l’antivirus per sentirsi protetti. O almeno, così pensavamo. Oggi, però, la realtà è cambiata radicalmente, e la Zero Trust Security è diventata la risposta più efficace alle nuove sfide del mondo digitale e del lavoro ibrido.
Origine del modello Zero Trust: dalla fiducia implicita al controllo continuo
Il Zero Trust Model nasce proprio per superare la fiducia implicita che caratterizzava la sicurezza perimetrale tradizionale. In passato, il modello dominante era quello del “trust but verify”: una volta dentro il perimetro aziendale, utenti e dispositivi erano considerati affidabili. Questo approccio, però, si è rivelato vulnerabile, soprattutto con l’avvento del cloud, del lavoro remoto e della diffusione dei dispositivi mobili. Il perimetro si è dissolto e la superficie d’attacco si è ampliata a dismisura.
Il principio cardine della Zero Trust Security è “never trust, always verify”. Non si tratta più di difendere un castello fortificato, ma di vivere in un paese dove tutti controllano tutti, costantemente. Ogni richiesta di accesso, sia che provenga dall’interno sia dall’esterno, viene verificata in modo rigoroso. Non esiste più una zona “sicura” per definizione.
Perché fidarsi è fuori moda? Il principio “never trust, always verify”
Il motivo per cui la fiducia cieca è diventata pericolosa è semplice: le minacce possono arrivare da ovunque. Non solo hacker esterni, ma anche dipendenti scontenti, fornitori compromessi o dispositivi infetti possono rappresentare un rischio. Il Zero Trust Security Model parte dal presupposto che nessuno è affidabile a priori e che ogni accesso deve essere autorizzato, autenticato e monitorato.
Zero Trust rappresenta un approccio fondamentale per la sicurezza di oggi – Satya Nadella
Zero Trust vs Sicurezza Tradizionale: un cambio di paradigma
Rispetto al vecchio modello “trust but verify”, il Zero Trust Model si distingue per:
- Verifica continua dell’identità e dello stato di sicurezza di ogni utente e dispositivo.
- Accesso minimo necessario (principio del least privilege): ogni utente vede solo ciò che serve davvero.
- Monitoraggio costante delle attività e delle anomalie, con risposta automatica agli incidenti.
- Segmentazione della rete per limitare i movimenti laterali degli attaccanti.
Esempi di minacce interne: quando il perimetro non basta più
Negli ultimi anni, molte grandi aziende hanno subito attacchi devastanti proprio a causa di minacce interne o di accessi compromessi. Pensiamo al caso di Target, dove un fornitore esterno ha permesso agli hacker di entrare nella rete aziendale, o a quello di Edward Snowden, che dall’interno ha avuto accesso a dati riservati della NSA. Questi episodi dimostrano che la sicurezza perimetrale non basta più: serve una strategia di Cybersecurity che assuma la possibilità di minacce ovunque.
Dal “castello fortificato” al “paese in cui tutti controllano tutti”
La metafora del castello fortificato, con mura alte e fossati profondi, non funziona più in un mondo dove i dati e le persone si muovono liberamente tra cloud, dispositivi mobili e sedi distribuite. Oggi la sicurezza deve essere granulare, dinamica e adattiva. Ogni accesso è un varco da controllare, ogni utente un potenziale rischio, ogni dispositivo una possibile porta d’ingresso.
Perché Zero Trust è sinonimo di sicurezza moderna
Oggi, adottare una strategia Zero Trust Security significa essere pronti ad affrontare le sfide di ambienti di lavoro sempre più ibridi e distribuiti. Non a caso, aziende come Google e Microsoft hanno adottato questo modello come standard. In un contesto dove il perimetro è sfumato e le minacce sono ovunque, Zero Trust è diventato quasi sinonimo di sicurezza moderna, perché mette al centro il controllo, la verifica e la consapevolezza continua.

Identità, identità, identità: il nuovo confine
Quando penso alla sicurezza informatica nel mondo del lavoro di oggi, mi viene subito in mente una domanda: se le mura digitali non esistono più, chi o cosa dobbiamo davvero proteggere? La risposta, ormai chiara a chiunque lavori nel settore, è l’identità digitale. In un ambiente ibrido, dove dati e applicazioni sono ovunque, la vera frontiera della sicurezza è diventata la gestione delle identità (Identity Management).
Identity Management: la nuova prima linea di difesa
“La gestione delle identità è la prima linea di difesa nel moderno panorama delle minacce” – Alex Weinert.
Questa frase riassume perfettamente il cuore del modello Zero Trust. Non possiamo più fidarci di un perimetro fisico o di una rete interna. Ogni accesso, ogni richiesta, ogni utente deve essere verificato. Ecco perché l’Identity and Access Management (IAM) è diventato il pilastro fondamentale della sicurezza Zero Trust.
- Verifica continua: ogni accesso viene controllato, non solo la prima volta.
- Principio del minimo privilegio: si concede solo ciò che serve, quando serve.
- Monitoraggio costante: ogni attività viene registrata e analizzata.
Le aziende leader come Microsoft, Google e molti altri hanno adottato strategie di identity-first security, dove la protezione dell’identità è al centro di ogni decisione di sicurezza.
Multi-Factor Authentication: non solo password!
Ricordo un amico che lavorava in HR, convinto che bastasse il badge aziendale per essere al sicuro. “Se ho il badge, sono dentro, no?” diceva. Ma oggi sappiamo che le password e i badge non bastano più. Gli attacchi di phishing sono sempre più sofisticati e le credenziali rubate sono all’ordine del giorno.
Qui entra in gioco la Multi-Factor Authentication (MFA). Non si tratta più solo di inserire una password, ma di aggiungere almeno un secondo fattore di verifica: un codice temporaneo, una notifica sul telefono, o meglio ancora, un sistema di Phishing-Resistant Authentication come le chiavi di sicurezza hardware (FIDO2, YubiKey) o l’autenticazione biometrica.
- MFA standard: password + SMS o app di autenticazione
- MFA avanzata: chiavi hardware, biometria, notifiche push resistenti al phishing
Implementare la MFA è ormai uno standard: secondo i dati Microsoft, attivare la MFA blocca oltre il 99% degli attacchi basati su credenziali rubate.
Soluzioni di Identity Management: Azure AD, Okta, Google Identity
Per gestire in modo efficace le identità e gli accessi, servono strumenti affidabili e scalabili. Oggi le soluzioni più diffuse sono:
- Azure Active Directory (Azure AD): la piattaforma Microsoft per la gestione centralizzata di utenti, gruppi e accessi, con forti funzionalità di MFA e monitoraggio delle anomalie.
- Okta: soluzione cloud-first, molto apprezzata per la facilità di integrazione con applicazioni SaaS e la gestione granulare delle policy di accesso.
- Google Identity: integrato con Google Workspace, offre strumenti di MFA, Single Sign-On e protezione avanzata contro il phishing.
Queste piattaforme permettono di:
- Gestire centralmente le identità degli utenti, anche in ambienti multi-cloud e multi-device.
- Applicare policy di accesso dinamiche, basate su rischio e contesto.
- Monitorare e rispondere rapidamente a tentativi di accesso sospetti.
L’importanza di una gestione delle identità moderna
Oggi, il vero confine della sicurezza non è più la rete, ma l’identità. Un Identity Management forte, supportato da Multi-Factor Authentication e da soluzioni phishing-resistant, è la chiave per bloccare accessi non autorizzati e proteggere dati e risorse aziendali. Le password robuste sono solo il primo passo: serve una strategia completa, che metta l’identità al centro di tutto.
Micro-segmentazione: sezionare la rete come una torta (ma senza mangiarla!)
Quante volte pensiamo all’azienda come a un open space digitale? Spesso immaginiamo la rete aziendale come un grande spazio aperto dove tutti possono muoversi liberamente, proprio come in un ufficio senza pareti. Ma, proprio come in un open space reale, questa libertà può diventare un problema quando qualcuno entra senza permesso. Nel mondo della Cloud Security e del lavoro ibrido, la Micro-Segmentation rappresenta la soluzione per evitare che un intruso possa spostarsi indisturbato da una “scrivania” all’altra, compromettendo dati e servizi critici.
Micro-Segmentation: accesso minimo indispensabile per ogni risorsa
La micro-segmentazione consiste nel suddividere la rete aziendale in tanti piccoli segmenti indipendenti, proprio come si taglia una torta in tante fette. Ogni fetta rappresenta un gruppo di risorse o servizi che possono comunicare solo tra loro e solo quando necessario. Questo approccio segue il principio del “least privilege”: ogni utente, dispositivo o applicazione ha accesso solo alle risorse strettamente indispensabili per svolgere il proprio lavoro.
In pratica, se un attaccante riesce a violare una parte della rete, non potrà muoversi lateralmente verso altri segmenti. Questo limita enormemente i danni potenziali, perché ogni segmento è isolato e monitorato separatamente. Come ha detto John Kindervag, uno dei padri del modello Zero Trust:
La micro-segmentazione permette di ridurre drasticamente la superficie d’attacco.
Netflix e la segmentazione avanzata nel cloud: esempio lampante
Un esempio concreto di successo nella micro-segmentazione arriva da Netflix. L’azienda è pioniera nell’uso della Micro-Segmentation su larga scala nei suoi ambienti cloud. Gestendo migliaia di servizi e microservizi, Netflix ha adottato strategie avanzate per isolare ogni componente della propria infrastruttura. In questo modo, anche se una minaccia riesce a penetrare un servizio, non può propagarsi facilmente agli altri.
Questa strategia è fondamentale in ambienti cloud, dove la complessità e la dinamicità delle risorse aumentano il rischio di attacchi laterali. Netflix, grazie alla micro-segmentazione, riesce a garantire che ogni servizio sia protetto come se fosse una stanza separata, con porte chiuse a chiave e controlli di accesso rigorosi.
Cosa succede quando un pirata informatico trova una «porta interna»?
Immaginiamo cosa accade se un pirata informatico trova una “porta interna” aperta in una rete non segmentata: può muoversi liberamente, esplorare dati sensibili, compromettere altri sistemi e, spesso, passare inosservato per settimane. Con la Micro-Segmentation, invece, ogni tentativo di movimento laterale viene bloccato o rilevato immediatamente. L’attaccante si trova davanti a un muro dopo l’altro, senza la possibilità di espandere il proprio attacco.
Esperienza personale: come la segmentazione mi ha salvato da un attacco laterale
Ricordo ancora quando, qualche anno fa, lavorando per una media azienda, abbiamo subito un tentativo di attacco laterale. Un malware era riuscito a infettare un server secondario, ma grazie alla micro-segmentazione implementata in precedenza, il danno è rimasto circoscritto. Nessun altro server è stato compromesso e abbiamo potuto isolare e rimuovere la minaccia rapidamente. Senza la segmentazione, l’attacco avrebbe potuto propagarsi e causare danni ben più gravi.
Strumenti e servizi utili per implementare la Micro-Segmentation
Oggi esistono numerosi strumenti che facilitano la micro-segmentazione, sia in ambienti cloud che on-premise:
- VMware NSX: soluzione leader per la segmentazione delle reti virtuali.
- Illumio: piattaforma specializzata per il controllo dei flussi di traffico e la segmentazione dinamica.
- Microsoft Azure Firewall e Security Groups: per la micro-segmentazione nei cloud pubblici.
- AWS Security Groups e Network ACLs: strumenti nativi per segmentare risorse in ambienti Amazon Web Services.
La micro-segmentazione non è solo una best practice, ma una necessità per la Cloud Security moderna. Isolare risorse e servizi significa proteggere il cuore digitale dell’azienda, riducendo al minimo i rischi e garantendo una sicurezza davvero Zero Trust.

Il principio di ‘least privilege’: meno è davvero meglio (perlomeno in sicurezza)
Quando penso al concetto di Least Privilege Access, mi viene sempre in mente una domanda semplice: se dovessi consegnare un mazzo di chiavi, lo faresti a chiunque? La risposta, ovviamente, è no. Daresti solo la chiave necessaria alla persona giusta, per la porta giusta, al momento giusto. Questo è il cuore del principio di least privilege: ogni utente, sistema o applicazione deve avere solo i permessi strettamente necessari per svolgere il proprio compito, niente di più.
Il privilegio minimo come regola d’oro
Nel modello di sicurezza Zero Trust, il Least Privilege Access è una regola d’oro. Non si tratta solo di una buona pratica, ma di una vera e propria necessità per proteggere ambienti di lavoro sempre più complessi e distribuiti. Come ha dichiarato Joy Chik, una delle principali responsabili della sicurezza in Microsoft:
Il privilegio minimo non è solo una best practice, è una necessità – Joy Chik
Questo significa che ogni utente, sia esso un dipendente, un collaboratore esterno o un’applicazione automatica, riceve solo i permessi necessari per accedere alle risorse di cui ha bisogno. Nessun accesso “illimitato”, nessun permesso “ereditato” senza controllo.
Anecdoto: il collega sistemista e le ‘chiavi’ di troppo
Ricordo ancora quando, anni fa, lavoravo con un collega sistemista molto esperto. Aveva accesso a tutto: server, database, applicazioni critiche. Un giorno, per errore, cancellò una cartella fondamentale. Non era colpa sua, ma il fatto che avesse così tante “chiavi” lo aveva esposto a un rischio enorme. Se avesse avuto solo i permessi necessari per il suo lavoro quotidiano, il danno sarebbe stato molto più limitato. Questo episodio mi ha insegnato quanto sia importante applicare il principio di least privilege in modo rigoroso.
Benefici concreti del Least Privilege Access
- Limiti ai danni: Se un account viene compromesso, l’attaccante può accedere solo alle risorse per cui quell’account è autorizzato. Questo riduce drasticamente l’impatto di un eventuale attacco.
- Audit più semplici: Con permessi limitati, è più facile monitorare chi ha fatto cosa e quando. Gli audit diventano più rapidi e precisi.
- Meno errori: Meno permessi significa meno possibilità di commettere errori gravi, sia umani che tecnici.
Confronto con il vecchio modello di accesso ‘illimitato’
Nel passato, era comune concedere accessi molto ampi per comodità o per evitare problemi operativi. Questo approccio, però, esponeva l’organizzazione a rischi enormi: una sola credenziale compromessa poteva aprire la porta a tutto il sistema. Il modello Zero Trust ribalta questa logica: si parte dal presupposto che nessuno è affidabile per definizione e si concedono solo i privilegi strettamente necessari.
Case study: Microsoft e l’applicazione efficace del Least Privilege Access
Un esempio concreto di applicazione efficace del Least Privilege Access lo troviamo in Microsoft. L’azienda ha implementato questo principio in tutta la sua infrastruttura, limitando i permessi degli utenti e dei sistemi in modo granulare. Questo approccio ha permesso a Microsoft di ridurre notevolmente i danni potenziali in caso di compromissione di un account e di facilitare gli audit di sicurezza. Ogni accesso viene tracciato e giustificato, e i permessi vengono rivisti periodicamente per assicurarsi che nessuno abbia più “chiavi” del necessario.
In sintesi, il Least Privilege Access è il fulcro della sicurezza Zero Trust: meno permessi significa più controllo, meno rischi e una gestione più semplice e trasparente della sicurezza aziendale.
Monitoraggio continuo e risposte in tempo reale: la guardia non dorme mai
Quando penso alla sicurezza informatica di oggi, mi viene subito in mente una differenza fondamentale rispetto al passato: una volta bastavano i log, oggi serve l’analisi in tempo reale, e spesso anche un pizzico di intelligenza artificiale. Nel modello Zero Trust Security, il Continuous Monitoring non è solo una buona pratica, ma un vero pilastro. Senza una sorveglianza costante, il rischio di non accorgersi in tempo di un attacco aumenta esponenzialmente.
Continuous Monitoring: il cuore pulsante di Zero Trust
Nel mio lavoro quotidiano, mi sono reso conto che il monitoraggio continuo è ciò che permette di individuare comportamenti anomali subito, prima che diventino incidenti gravi. In passato, si analizzavano i log a posteriori, spesso quando il danno era già fatto. Oggi, invece, la differenza tra un’azienda reattiva e una vulnerabile sta proprio nella capacità di monitorare in tempo reale. Come dice Richard Bejtlich:
Il monitoraggio continuo è ciò che distingue un’azienda reattiva da una vulnerabile.
Questo approccio si basa sull’idea che nessun utente o dispositivo sia mai completamente affidabile. Ogni accesso, ogni movimento di dati viene controllato, e ogni anomalia viene segnalata immediatamente.
AI-Powered Threat Analysis: la tecnologia evolve con la minaccia
Un altro aspetto che ha rivoluzionato la sicurezza è l’AI-powered Threat Analysis. L’intelligenza artificiale, integrata nei sistemi di monitoraggio, permette di automatizzare l’analisi delle minacce e di reagire in modo molto più rapido rispetto ai metodi tradizionali. Gli algoritmi di AI imparano dai dati storici e riconoscono pattern sospetti che sfuggirebbero a un’analisi manuale.
Ad esempio, strumenti come CrowdStrike e SentinelOne utilizzano l’intelligenza artificiale per identificare attività malevole in tempo reale, riducendo drasticamente il tempo di risposta. Questo è fondamentale in un mondo dove gli attacchi sono sempre più sofisticati e veloci.
Esempio pratico: un alert che ha fatto la differenza
Voglio condividere un episodio personale che dimostra l’importanza del monitoraggio continuo. Una notte, ricevetti un alert da uno dei nostri sistemi di Continuous Monitoring: un comportamento anomalo su un account amministratore. Grazie all’analisi automatica delle minacce, il sistema aveva rilevato un tentativo di accesso da una posizione insolita. Ho potuto intervenire immediatamente, bloccando l’account e avviando le procedure di sicurezza. Senza quell’alert tempestivo, avremmo rischiato una crisi con conseguenze ben più gravi.
Dal monitoraggio classico a Zero Trust: cosa cambia?
La differenza tra il monitoraggio classico e quello Zero Trust è sostanziale. Nel modello tradizionale, si tendeva a fidarsi degli utenti interni e a monitorare solo le minacce esterne. In Zero Trust, invece, ogni attività è potenzialmente sospetta e viene controllata costantemente. Per chi vuole approfondire questa differenza, consiglio la lettura di questo approfondimento della Cloud Security Alliance.
Soluzioni e best practice: CrowdStrike, SentinelOne e NIST
Per implementare un monitoraggio continuo efficace, esistono diverse soluzioni leader di mercato. Oltre a CrowdStrike e SentinelOne, è utile seguire le best practice NIST per Zero Trust, che offrono linee guida dettagliate su come strutturare la sorveglianza e la risposta agli incidenti. L’incremento degli attacchi sofisticati richiede una visibilità costante e strumenti avanzati, capaci di adattarsi rapidamente all’evoluzione delle minacce.
- CrowdStrike: monitoraggio endpoint con AI-powered Threat Analysis
- SentinelOne: automazione delle risposte e rilevamento comportamentale
- NIST: framework per la sicurezza Zero Trust e il monitoraggio continuo
In sintesi, il monitoraggio continuo e l’analisi delle minacce potenziata dall’intelligenza artificiale sono oggi imprescindibili per garantire la sicurezza in un mondo del lavoro sempre più ibrido e dinamico.

Zero Trust Security e smart working: la sicurezza viaggia in valigia
Quando penso alla sicurezza informatica nel lavoro moderno, mi viene subito in mente il concetto di Remote Work Security. Oggi, il perimetro aziendale non è più un confine fisico: ogni casa, ogni caffetteria, ogni aeroporto può diventare un’estensione dell’ufficio. In questo scenario, il modello Zero Trust Security si rivela la risposta più efficace alle nuove esigenze di chi lavora da remoto o in smart working.
Remote Work Security: la nuova frontiera della sicurezza
La sicurezza tradizionale si basava sulla difesa del perimetro aziendale: una volta dentro, tutto era considerato “sicuro”. Ma il lavoro distribuito e il Cloud Security hanno reso questa strategia obsoleta. Oggi, i dati e gli utenti si muovono ovunque, e la sicurezza deve seguirli come una “valigia digitale” che protegge ciò che conta, ovunque si trovi.
Il modello Zero Trust parte da un principio semplice: non fidarsi mai, verificare sempre. Ogni accesso, ogni dispositivo, ogni utente viene controllato e autorizzato in tempo reale, indipendentemente dalla posizione.
Device Compliance: sicurezza senza confini
Uno dei pilastri del modello Zero Trust è la Device Compliance. In passato, bastava essere collegati alla rete aziendale per essere considerati affidabili. Oggi, invece, ogni dispositivo – dal laptop al tablet, dallo smartphone al desktop – deve rispettare standard di sicurezza elevati, ovunque si trovi.
- Verifica costante dello stato di aggiornamento e patch dei dispositivi
- Controllo della presenza di antivirus e firewall attivi
- Valutazione delle configurazioni di sicurezza prima di concedere l’accesso a risorse sensibili
Questo approccio è fondamentale per garantire la Remote Work Security e ridurre i rischi legati a dispositivi compromessi o non conformi.
Phishing-Resistant Authentication: la chiave per il lavoro da remoto
Un altro aspetto critico è l’autenticazione. Le password tradizionali non sono più sufficienti, soprattutto quando si lavora fuori sede. Il rischio di attacchi di phishing aumenta, e per questo la Phishing-Resistant Authentication è diventata una priorità.
Soluzioni come l’autenticazione a più fattori (MFA), le chiavi di sicurezza fisiche e i sistemi biometrici offrono una protezione superiore, riducendo drasticamente la possibilità che un attaccante possa impersonare un dipendente.
Con Zero Trust il lavoro a distanza trova la sua sicurezza ideale – Parisa Tabriz
Casi di studio: BeyondCorp di Google e la fine delle VPN
Un esempio concreto di applicazione del modello Zero Trust è BeyondCorp di Google. Questa soluzione elimina il concetto stesso di VPN tradizionale, permettendo ai dipendenti di accedere alle risorse aziendali da qualsiasi luogo, senza dover “entrare” nella rete interna. L’accesso viene concesso solo dopo aver verificato l’identità dell’utente e la conformità del dispositivo, ogni volta che si tenta di accedere a una risorsa.
Molte aziende stanno seguendo questa strada, adottando architetture Zero Trust che si adattano perfettamente al lavoro distribuito e al cloud.
Best practice Zero Trust secondo il NIST
Il NIST Zero Trust Architecture Guide fornisce linee guida preziose per implementare Zero Trust in ambienti distribuiti. Tra le best practice suggerite troviamo:
- Monitoraggio continuo degli accessi e delle attività
- Segmentazione delle risorse e dei dati
- Automazione delle policy di sicurezza
- Verifica costante di identità e device compliance
Per approfondire, consiglio di consultare le risorse NIST sulle strategie Zero Trust in ambienti distribuiti.
In sintesi, la sicurezza nel mondo dello smart working viaggia davvero in valigia: segue i dati, gli utenti e i dispositivi ovunque vadano, grazie a Zero Trust, Device Compliance e Phishing-Resistant Authentication. Il futuro della sicurezza è qui, e si adatta perfettamente alle sfide del lavoro remoto e del cloud.
Ostacoli (reali e mentali) nell’adozione di Zero Trust (e come affrontarli, almeno secondo me)
Quando ho iniziato a studiare la Zero Trust Implementation, la prima sensazione è stata di smarrimento. Sembra complesso? Spesso lo è, soprattutto all’inizio. E lo dico per esperienza personale: la quantità di decisioni da prendere, le policy da definire, le tecnologie da integrare… tutto può sembrare un labirinto senza uscita. Ma è proprio in questi momenti che bisogna fermarsi, respirare e ricordare che ogni cambiamento importante parte sempre da una fase di disorientamento.
Uno degli ostacoli principali che ho riscontrato – e che vedo spesso anche nelle aziende con cui collaboro – è la paura della complessità. Il modello Zero Trust, con il suo mantra “mai fidarsi, verificare sempre”, richiede di ripensare completamente il modo in cui proteggiamo dati, utenti e applicazioni. Questo significa dover gestire un numero elevato di policy e regole di accesso, spesso in ambienti di lavoro ibridi dove le variabili si moltiplicano.
La tentazione, in questi casi, è quella di voler fare tutto subito: mappare ogni flusso, definire ogni dettaglio, controllare ogni accesso. Ma così si rischia di perdere la bussola. Il mio consiglio? Partire semplice, iterare spesso. Non serve implementare da subito ogni aspetto della Zero Trust Implementation. Meglio iniziare con una piccola area o un gruppo di utenti, testare, imparare dagli errori e poi espandere gradualmente. Come dice Gerry Gebel, “
L’adozione a piccoli passi è la strategia vincente per Zero Trust
”.
Un altro ostacolo, forse ancora più sottile, è il timore di disturbare i workflow aziendali. Zero Trust non deve essere sinonimo di rigidità o di processi invasivi che rallentano il lavoro. Ricordo un progetto in cui il team IT era convinto che “o si fa tutto, o non si fa niente”: la paura era quella di bloccare l’operatività quotidiana. In realtà, bastava qualche aggiustamento alle policy e un po’ di formazione per trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e produttività. La chiave è sempre il dialogo tra IT e business, per capire quali sono i processi critici e come proteggerli senza creare attriti inutili.
Parlando di risorse utili, non posso non citare la NIST Zero Trust Architecture Guide. Questa guida pratica offre esempi concreti e best practice per un’adozione consapevole, aiutando a evitare gli errori più comuni. Anche i blog di esperti internazionali sono una miniera di spunti e casi reali: leggere le esperienze di chi ci è già passato aiuta a ridurre l’incertezza e a trovare soluzioni creative ai problemi quotidiani.
Infine, c’è una wild card che mi piace sempre citare: lo scenario ipotetico di un’azienda che decide di eliminare ogni forma di fiducia, applicando regole talmente rigide da generare uno shock culturale tra i dipendenti. Le reazioni? Dal panico alla frustrazione, fino alla resistenza passiva. Questo dimostra che la Zero Trust Implementation non è solo una questione tecnica, ma richiede un vero cambiamento culturale. Serve comunicazione, formazione e la capacità di ascoltare i feedback delle persone coinvolte.
In conclusione, adottare Zero Trust significa affrontare sia ostacoli reali che mentali. La difficoltà nella gestione delle policy, la paura della complessità e il timore di impattare negativamente sui workflow sono sfide comuni, ma non insormontabili. La soluzione, secondo me, sta nella gradualità, nella semplicità iniziale e nella formazione continua. Con le giuste risorse e un approccio pragmatico, Zero Trust può diventare non solo un modello di sicurezza, ma anche un’opportunità per far crescere la cultura digitale dell’azienda.
TL;DR: Il modello Zero Trust mette fine alla fiducia cieca nei sistemi: nessun utente, dispositivo o applicazione è automaticamente affidabile. Specialmente nell’era del lavoro da remoto, puntare su Zero Trust aiuta a proteggere dati e risorse in modo intelligente e proattivo.