
L’altra sera, un semplice click su Netflix mi ha portato davanti a una serie che, incredibilmente, sembrava fatta apposta per quella giornata. Coincidenza? Persino mia mamma ormai mi chiede: «Ma come fanno a sapere sempre cosa mi piace?» E così ho deciso di scavare più a fondo: qui racconto (con qualche digressione personale) cosa si cela dietro i sistemi di raccomandazione di Netflix e Amazon, tra strategie (spesso invisibili) che modellano il nostro modo di scoprire film… e prodotti.
Quando l’AI ci legge nel pensiero: i sistemi di raccomandazione svelati
Vi è mai capitato di aprire Amazon per comprare una cosa e, pochi minuti dopo, trovarvi nel carrello un oggetto che non sapevate nemmeno di desiderare? A me è successo con una lampada da scrivania: non era nella mia lista, non l’avevo mai cercata, eppure Amazon me l’ha proposta proprio quando ne avevo bisogno. L’ho acquistata subito, quasi senza pensarci. Questa è la magia (o forse il mistero) dei sistemi di raccomandazione che guidano le nostre scelte online, spesso anticipando i nostri desideri meglio di quanto sapremmo fare noi stessi.
Cosa sono i sistemi di raccomandazione?
I sistemi di raccomandazione sono algoritmi intelligenti che analizzano i nostri comportamenti digitali per suggerirci prodotti, film, serie TV, libri e molto altro. Sono il cuore pulsante di piattaforme come Netflix, Amazon e Spotify, e rappresentano uno degli esempi più concreti di intelligenza artificiale applicata alla vita quotidiana.
Ma come funzionano davvero? E quali sono le differenze tra i recommendation algorithms di Netflix e quelli di Amazon?
Netflix vs Amazon: due mondi, una missione
- Netflix utilizza i suoi algoritmi per personalizzare ogni aspetto della homepage: dai trailer alle anteprime, fino alle immagini dei manifesti delle serie. L’obiettivo è uno solo: farci trovare (e guardare) il prossimo contenuto perfetto per noi, aumentando il tempo trascorso sulla piattaforma.
- Amazon invece si concentra su ciò che abbiamo già acquistato, sugli articoli che abbiamo visualizzato e su dati aggregati da milioni di consumatori. Il suo sistema di raccomandazione ci propone prodotti che potrebbero piacerci o servirci, spesso anticipando i nostri bisogni.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una personalizzazione estrema che ci fa sentire unici, ma che allo stesso tempo ci spinge a restare (e spendere) di più.
Il ruolo dell’engagement: feedback impliciti ed espliciti
Una delle chiavi del successo dei recommendation algorithms è la capacità di “ascoltare” le nostre reazioni. Questi sistemi raccolgono feedback espliciti (come le valutazioni a stelle su Netflix o le recensioni su Amazon) e feedback impliciti (quanto tempo guardiamo una serie, quali prodotti aggiungiamo al carrello, cosa lasciamo a metà).
Ogni clic, ogni scroll, ogni secondo trascorso su una pagina è un segnale che l’algoritmo interpreta per capire cosa ci piace davvero. Più interagiamo, più i suggerimenti diventano precisi. Ecco perché, come dice Max Kalmykov:
“I sistemi di raccomandazione permettono a Netflix e Amazon di essere più di semplici piattaforme: diventano veri e propri compagni digitali nel nostro tempo libero.”
Collaborative-filtering e filtraggio basato sui contenuti: come funzionano?
Alla base dei sistemi di raccomandazione di Netflix, Amazon e Spotify troviamo due grandi famiglie di algoritmi:
- Collaborative-filtering model: Questo modello confronta le preferenze di utenti diversi per trovare somiglianze. Se io e un altro utente abbiamo guardato e apprezzato le stesse serie TV, il sistema potrebbe suggerirmi un titolo che lui ha visto e io no. Lo stesso vale per i libri: se due persone hanno acquistato romanzi simili, Amazon proporrà all’una i titoli preferiti dall’altra.
- Filtraggio basato sui contenuti: Qui l’algoritmo analizza le caratteristiche degli oggetti (genere, attori, autore, argomento) e ci suggerisce contenuti simili a quelli che abbiamo già apprezzato. Se guardo molte commedie romantiche, Netflix mi mostrerà altre commedie romantiche, magari con lo stesso attore protagonista.
Su Spotify, questi modelli si combinano con tag di mood e contesto, per creare playlist sempre più personalizzate e adatte al momento della giornata.
Esempio pratico
Immaginate di aver appena finito una serie TV thriller su Netflix. L’algoritmo, grazie al collaborative-filtering, nota che altri utenti che hanno visto quella serie hanno poi guardato anche un altro titolo simile. Ecco che vi appare tra i suggerimenti. Su Amazon, invece, dopo aver comprato un libro di cucina, vi vengono proposti utensili da cucina e altri libri di ricette, sfruttando sia le vostre scelte sia quelle di milioni di altri utenti.
Quanto incidono questi sistemi sul nostro tempo online?
Non esistono numeri precisi, ma è noto che i sistemi di raccomandazione aumentano in modo significativo il tempo che trascorriamo sulle piattaforme. Più i suggerimenti sono azzeccati, più restiamo online, guardiamo altri episodi, aggiungiamo prodotti al carrello. Questo si traduce in maggiore fedeltà, più vendite e, ovviamente, più dati da analizzare per migliorare ancora i consigli futuri.
Per chi vuole approfondire, consiglio la lettura di questo articolo: Come fanno Amazon, Netflix o YouTube a raccomandarci prodotti o video?
A volte mi aspetto che suggeriscano anche cosa cucinare per cena!

Netflix + Amazon: la strana coppia della pubblicità programmata
Dal binge-watching agli spot: Netflix sceglie Amazon DSP
Quando penso a Netflix, la prima immagine che mi viene in mente è quella di una serata sul divano, magari con una serie da divorare tutta d’un fiato. Ma dal 2025, questa esperienza cambierà per molti di noi: Netflix ha annunciato che venderà i suoi spazi pubblicitari tramite la piattaforma Amazon DSP (Demand Side Platform), rendendo la pubblicità video più accessibile e mirata per gli inserzionisti. Questa partnership segna un punto di svolta nella streaming ad economy, dove la pubblicità programmata diventa protagonista anche sulle piattaforme di intrattenimento più amate.
Perché la vendita di ad inventory passa ora anche attraverso Amazon
Fino a poco tempo fa, Netflix era famosa per l’assenza totale di pubblicità. Poi, con l’introduzione dell’abbonamento “con pubblicità”, la piattaforma ha iniziato a sperimentare nuovi modelli di monetizzazione. Ma la vera rivoluzione arriva ora: invece di gestire tutto “in casa”, Netflix affida la vendita del suo ad inventory (cioè gli spazi pubblicitari disponibili durante lo streaming) ad Amazon, che già oggi è un hub centrale nella streaming ad economy grazie ad accordi con Disney, NBCU e molte altre piattaforme.
Cosa significa tutto questo per noi spettatori? In teoria, programmatic advertising dovrebbe portare pubblicità più rilevanti e meno invadenti, perché basate su dati di targeting avanzati. In pratica, resto un po’ diffidente: continuo a vedere spot di materassi anche se soffro d’insonnia cronica! Ma il potenziale è enorme, soprattutto per gli inserzionisti che ora possono raggiungere il pubblico Netflix in modo più preciso e flessibile.
Cos’è una piattaforma DSP? (Spiegazione per chi odia i tecnicismi)
Quando si sente parlare di Amazon DSP platform o di programmatic buying platform, sembra subito roba da addetti ai lavori. In realtà, il concetto è semplice: una DSP è una piattaforma che permette agli inserzionisti di acquistare spazi pubblicitari online in modo automatico e “programmato”, usando dati per scegliere quando, dove e a chi mostrare gli annunci.
- Demand Side Platform (DSP): è come un grande supermercato digitale dove chi vuole fare pubblicità può scegliere, in tempo reale, su quali siti o app far vedere i propri spot.
- Programmatic advertising: significa che tutto avviene tramite algoritmi e dati, senza bisogno di trattative manuali tra inserzionisti e editori.
- Targeting avanzato: grazie ai dati raccolti da Amazon (ad esempio, le nostre abitudini di acquisto), la pubblicità può essere molto più personalizzata.
Come ha dichiarato Max Kalmykov:
“L’integrazione con Amazon DSP è un punto di svolta per la pubblicità sulle piattaforme streaming.”
Wild card: la pizzeria sotto casa va in streaming
Immaginiamo uno scenario concreto: sono il proprietario di una piccola pizzeria nella mia città. Fino a ieri, pubblicizzare la mia attività su Netflix era impensabile: troppo costoso, troppo complicato. Ma con l’integrazione di Amazon DSP, posso creare una campagna pubblicitaria mirata solo agli utenti Netflix che vivono nel mio quartiere.
Ecco come potrebbe funzionare:
- Accedo alla Amazon DSP platform e imposto la mia campagna scegliendo il target geografico (ad esempio, solo chi si trova entro 5 km dalla pizzeria).
- Grazie ai dati di Amazon, posso anche selezionare persone che hanno già cercato pizze online o che ordinano spesso cibo a domicilio.
- Il mio spot video viene mostrato solo a questi utenti, magari proprio durante una serata di binge-watching su Netflix.
Risultato? Pubblicità più efficace, meno sprechi di budget, e magari qualche nuovo cliente che ordina una margherita dopo aver visto la mia pubblicità tra un episodio e l’altro.
La nuova era della streaming ad economy
L’accordo Netflix-Amazon DSP, che partirà dal quarto trimestre 2025 nei mercati globali, è solo la punta dell’iceberg. Amazon sta diventando il vero snodo della streaming ad economy, offrendo agli inserzionisti un unico punto di accesso per comprare pubblicità su più piattaforme contemporaneamente. Questo significa campagne più integrate, dati più ricchi e, potenzialmente, annunci più utili per noi utenti.
Secondo Digiday, questa partnership renderà la pubblicità video su Netflix “più facile da acquistare e più mirata”, sfruttando i dati di commerce di Amazon per un targeting avanzato. È un cambiamento che potrebbe ridefinire le regole del gioco non solo per Netflix, ma per tutto il mondo dello streaming.
Un dato curioso: nel 2019 l’industria dello streaming ha perso 9,1 miliardi di dollari a causa della condivisione delle password. Non stupisce che ora le piattaforme cerchino nuove strade per monetizzare, puntando tutto sulla pubblicità programmata e sulle sinergie cross-piattaforma.
Non solo film: l’invasione della Generative AI nella raccomandazione e nella pubblicità
Quando pensiamo agli algoritmi di Netflix o Amazon, la prima cosa che ci viene in mente sono i suggerimenti su cosa guardare o acquistare. Ma oggi, grazie alla Generative AI, questi sistemi stanno andando molto oltre: stanno trasformando il modo in cui vengono creati, personalizzati e comunicati sia i contenuti che la pubblicità. L’intelligenza artificiale generativa non si limita più a consigliare un film o un prodotto: crea veri e propri contenuti e campagne pubblicitarie su misura per ciascuno di noi. E, ammettiamolo, a volte questa personalizzazione può essere tanto affascinante quanto inquietante.
“L’intelligenza artificiale generativa ridisegna il modo in cui ci rapportiamo alla pubblicità e ai contenuti, sfidando la creatività umana.” — Max Kalmykov
Generative AI advertising: annunci e contenuti suggeriti ad hoc
La Generative AI sta rivoluzionando il mondo della pubblicità, soprattutto nelle piattaforme di video streaming e di e-commerce. Oggi non riceviamo più semplicemente annunci generici, ma vere e proprie creatività pubblicitarie tailor-made, generate in tempo reale sulla base dei nostri gusti, delle nostre abitudini e persino del nostro umore.
- Netflix utilizza la Generative AI per personalizzare non solo i suggerimenti, ma anche le copertine dei film e delle serie, adattandole alle preferenze visive di ciascun utente.
- Amazon sfrutta i dati sugli acquisti e sulle ricerche per generare raccomandazioni di prodotti e annunci che sembrano anticipare i nostri desideri.
- Spotify crea playlist e suggerimenti musicali che si adattano al nostro stato d’animo, al momento della giornata e persino al meteo.
Questa capacità di generare contenuti e annunci ad hoc è resa possibile dall’analisi di enormi quantità di dati: pattern di consumo, preferenze espresse e implicite, contesto d’uso e persino segnali emotivi. Il risultato? Un’esperienza sempre più personalizzata, che spesso ci sorprende per la sua precisione… o ci fa sentire un po’ “spiati”.
AI-driven recommendation systems: differenze e paralleli tra Netflix, Spotify e Amazon
Pur condividendo la stessa tecnologia di base, le piattaforme adottano strategie diverse nell’uso dell’AI-driven recommendation:
- Netflix punta sulla personalizzazione visiva e narrativa: l’algoritmo non solo suggerisce cosa guardare, ma cambia la copertina di uno stesso film in base a ciò che ci piace. Se amo i film romantici, vedrò una copertina diversa rispetto a chi preferisce l’azione.
- Amazon si concentra sull’anticipazione dei bisogni: l’AI analizza i nostri acquisti e le nostre ricerche per proporci prodotti che potrebbero servirci prima ancora che ce ne rendiamo conto.
- Spotify utilizza la Generative AI per creare playlist personalizzate, tenendo conto non solo dei nostri ascolti, ma anche del contesto (ad esempio, una playlist per il relax dopo il lavoro o per una corsa mattutina).
In tutti questi casi, la content personalization è spinta all’estremo: ogni utente vive un’esperienza unica, costruita su misura dalle macchine.
Esperienza personale: la playlist “perfetta” di Spotify
Devo ammetterlo: la prima volta che Spotify mi ha proposto una playlist che sembrava leggere le mie emozioni, sono rimasto a bocca aperta. Era una giornata un po’ storta, e la selezione musicale sembrava fatta apposta per tirarmi su di morale. Coincidenza? Forse. Ma la sensazione che l’algoritmo avesse “capito” il mio stato d’animo era fortissima. Mi sono chiesto: quanto sa davvero di me questa AI?
Questa esperienza mi ha fatto riflettere su quanto la Generative AI sia ormai in grado di interpretare non solo i nostri gusti, ma anche le nostre emozioni, anticipando i nostri bisogni e desideri in modo quasi magico… o inquietante.
Generative AI e advertising: effetto sorpresa o effetto “sorveglianza”?
La Generative AI in advertising e nello streaming sta diventando un trend chiave per il 2025 e oltre. Da un lato, offre un effetto sorpresa: ricevere suggerimenti e annunci così pertinenti può essere piacevole e utile. Dall’altro, non posso fare a meno di chiedermi se questa personalizzazione estrema non rischi di trasformarsi in un effetto sorveglianza, dove ogni nostra azione, emozione o preferenza viene registrata e utilizzata per influenzare le nostre scelte.
La linea tra personalizzazione e invasione della privacy è sottile. La Generative AI ci offre esperienze sempre più su misura, ma ci pone anche di fronte a nuove domande sulla trasparenza degli algoritmi e sulla gestione dei nostri dati personali. In fondo, dietro ogni suggerimento “perfetto” c’è un sistema che ci osserva, ci analizza e, in qualche modo, ci conosce meglio di quanto immaginiamo.
In definitiva, l’invasione della Generative AI nella raccomandazione e nella pubblicità non riguarda solo cosa guardiamo o compriamo, ma anche come questi contenuti e annunci vengono creati, comunicati e percepiti. È una rivoluzione silenziosa ma dirompente, che sta cambiando il nostro rapporto con la tecnologia, la creatività e la privacy.

Password sharing e altre (auto)trappole: storie dall’epoca degli account condivisi
Confessione personale: la mia “carriera” da condivisore seriale
Devo essere onesto: per anni ho fatto parte di quella grande famiglia non ufficiale di utenti che condividevano la password di Netflix con amici, cugini e conoscenti che vedevo solo alle feste di compleanno. Era una specie di tacito accordo sociale: “Tu porti la torta, io ti passo la password”. All’inizio sembrava tutto innocente, quasi un gesto di generosità digitale. Ma dietro questo scambio di favori si nascondeva una realtà molto più complessa, soprattutto dal punto di vista delle piattaforme come Netflix e Amazon.
Il giro di vite sulle condivisioni: perché e come Netflix & Amazon stanno limitando l’account sharing
Negli ultimi anni, il cosiddetto password sharing crackdown è diventato un tema centrale per le piattaforme di streaming. Netflix è stata la prima a dichiarare guerra aperta alla condivisione degli account, seguita a ruota da Amazon Prime Video. Ma perché questa svolta così drastica?
La risposta è semplice: i numeri. Secondo le stime, nel 2019 la condivisione delle password ha causato una perdita di 9,1 miliardi di dollari per i servizi streaming. Una cifra enorme che ha spinto le piattaforme a rivedere le proprie subscription policy e a investire in algoritmi sempre più sofisticati per individuare gli account condivisi fuori dal nucleo domestico.
Oggi, grazie agli algoritmi Netflix Amazon, viene analizzato tutto: posizione geografica, dispositivi utilizzati, orari di accesso e persino le abitudini di visione. Se qualcosa non torna, scatta l’allarme e l’utente viene invitato a regolarizzare la propria posizione, magari pagando un extra per ogni “ospite” aggiuntivo.
Dati sugli impatti economici: perdite e recupero potenziale con le nuove policy
Non si tratta solo di una questione di principio, ma di vera e propria sopravvivenza finanziaria. Come ha dichiarato Max Kalmykov:
“Ridurre la condivisione degli account è una questione di sopravvivenza finanziaria per le piattaforme di streaming.”
Le nuove regole introdotte da Netflix e Amazon tra il 2023 e il 2025 puntano a recuperare parte di quei miliardi persi. Secondo alcune analisi, già nei primi mesi dal giro di vite, Netflix ha registrato un aumento significativo degli abbonamenti individuali, segno che molti utenti hanno preferito mettersi in regola piuttosto che rinunciare alle proprie serie preferite.
Ecco una sintesi dei dati più rilevanti:
| Anno | Perdita stimata da account sharing | Piattaforma | Policy introdotta |
|---|---|---|---|
| 2019 | 9,1 miliardi $ | Netflix, Amazon, altri | No |
| 2023-2025 | In calo | Netflix, Amazon | Sì |
Subscription policy changes: ricadute per famiglie, coinquilini e studenti
Le nuove subscription policy hanno però cambiato gli equilibri tra convenienza, privacy e accessibilità. Per le famiglie numerose, i coinquilini e gli studenti fuori sede, il colpo si è sentito forte. Prima bastava un solo abbonamento per coprire tutti, ora invece bisogna fare i conti con i limiti di accesso e, spesso, con un aumento del streaming service pricing.
- Famiglie numerose: devono scegliere tra pagare di più o rinunciare a qualche profilo.
- Coinquilini: spesso costretti a separare gli account, perdendo la comodità di una sola fattura.
- Studenti fuori sede: i più penalizzati, perché spesso accedono da città diverse rispetto alla “casa madre”.
- Amanti delle serie tv all’antica: per loro, la condivisione era un modo per mantenere viva una socialità fatta di consigli e maratone condivise.
In pratica, la lotta al password sharing ha ridisegnato il modo in cui viviamo lo streaming, costringendoci a rivedere abitudini e priorità.
Ironia: il “piano di fuga” per chi non vuole sottostare alle nuove regole
E per chi proprio non vuole piegarsi alle nuove regole? C’è chi sogna un ritorno al passato, magari rispolverando vecchi DVD o organizzando serate “vintage” a base di VHS e popcorn. Certo, la qualità non sarà la stessa, ma almeno nessun algoritmo controllerà chi è seduto sul divano!
Scherzi a parte, la password sharing crackdown ha segnato la fine di un’epoca. Oggi, tra algoritmi Netflix Amazon sempre più intelligenti e subscription policy changes in continua evoluzione, la condivisione delle password è diventata una vera e propria (auto)trappola. E forse, guardando indietro, era solo questione di tempo prima che il “gioco” finisse.
Quando il suggerimento algoritmico sbaglia: tra sorpresine, errori e effetti boomerang
Un San Valentino… da brivido: racconto personale di un suggerimento fuori luogo
Chiunque abbia usato Netflix o Amazon almeno una volta sa che i loro sistemi di raccomandazione sono progettati per farci scoprire nuovi contenuti su misura per noi. Ma cosa succede quando l’algoritmo prende una vera cantonata? Vi racconto un episodio imbarazzante: era San Valentino, atmosfera romantica, luci soffuse, e Netflix mi propone come “scelta perfetta per la serata” una serie horror splatter. Immaginate la scena: io e la mia dolce metà, pronti a una commedia romantica, e invece ci troviamo davanti a zombie e urla. L’imbarazzo era palpabile, e la serata ha preso una piega decisamente… inaspettata!
Questo episodio, per quanto divertente a posteriori, è un esempio lampante di come anche i più sofisticati sistemi di personalizzazione dei contenuti possano sbagliare, lasciandoci spiazzati (e a volte un po’ traumatizzati).
Limiti strutturali: cold start, bias e stereotipi nei consigli
Nonostante la tecnologia avanzata, gli algoritmi di Netflix, Amazon e simili non sono infallibili. Uno dei problemi principali è il cold start: quando un utente è nuovo o cambia improvvisamente gusti, il sistema non ha abbastanza dati per offrire suggerimenti accurati. Ad esempio, se apro un nuovo account per guardare una sola serie fantasy, l’algoritmo potrebbe pensare che io voglia solo draghi e magie per settimane, ignorando il mio amore per i documentari storici.
Un altro limite importante sono i bias e gli stereotipi nei dati. Se una piattaforma nota che molti utenti che guardano “Bridgerton” amano anche “Emily in Paris”, tenderà a suggerire quest’ultima a chiunque abbia visto la prima, anche se i gusti personali sono molto diversi. Questo effetto “eco” può portare a consigli ripetitivi o addirittura fuori luogo, come suggerire cartoni animati per bambini a un adulto solo perché ha visto un film d’animazione con i nipoti.
Come ha detto Max Kalmykov:
“Gli algoritmi sono bravi, ma sanno anche cadere in veri e propri tranelli logici!”
Utenza reale vs. target ideale: la personalizzazione non è sempre perfetta
Le piattaforme come Netflix e Amazon lavorano su un modello di utente ideale, costruito sui dati aggregati di milioni di persone. Ma la realtà è spesso più complessa: i nostri gusti cambiano, sono influenzati dal contesto, dall’umore, dalla compagnia. Così, può capitare che la content personalization non funzioni come dovrebbe. Un esempio? Dopo aver guardato un documentario impegnato, mi sono visto proporre una carrellata di reality trash, solo perché la piattaforma aveva notato che “molti utenti come te” li guardano dopo un documentario. Ma io non ero “molti utenti”, ero solo io, e in quel momento volevo qualcosa di completamente diverso!
User engagement metrics: likes, tempi di visione e recensioni bizzarre
Per migliorare i suggerimenti, le piattaforme si affidano sempre di più alle user engagement metrics: like, tempi di visione, click, recensioni. Il coinvolgimento utenti è diventato la bussola che guida l’algoritmo. Ma anche qui ci sono delle trappole. Se metto “mi piace” a un film solo per fare un favore a un amico, o lascio una recensione ironica, il sistema potrebbe interpretare male le mie preferenze. E se guardo un film fino alla fine solo perché non trovo il telecomando? L’algoritmo penserà che sia il mio genere preferito!
Questi feedback, diretti e indiretti, sono fondamentali per correggere gli errori, ma non sempre riflettono il vero coinvolgimento o i gusti reali dell’utente.
Wild card: i suggerimenti più improbabili ricevuti da me (e amici)
- Amazon che mi consiglia un libro di cucina vegana dopo aver acquistato solo barbecue e salse piccanti.
- Netflix che propone una serie per bambini dopo una maratona di thriller psicologici.
- Playlist di musica natalizia suggerita ad agosto, solo perché avevo ascoltato “Jingle Bells” per nostalgia… a giugno.
- Consigli di acquisto per un robot da cucina dopo aver cercato “come ordinare pizza a domicilio”.
- Film romantici suggeriti dopo aver visto solo film horror, come se l’algoritmo volesse “bilanciare” le mie emozioni!
Approfondimento: errori algoritmici e i tentativi di correzione
Le piattaforme sono consapevoli di questi limiti e lavorano costantemente per ridurre gli errori, come spiegato anche in questo approfondimento. L’integrazione di feedback della community, la raccolta di dati più raffinati e l’uso di tecniche di machine learning sempre più avanzate aiutano a migliorare la precisione dei suggerimenti. Tuttavia, la collaborazione attiva degli utenti – attraverso like, recensioni e segnalazioni – resta fondamentale per “educare” l’algoritmo e renderlo davvero utile.
In fondo, anche se i sistemi di raccomandazione sono pensati per semplificarci la vita, ogni tanto ci regalano delle sorprese che ci ricordano quanto sia importante il fattore umano dietro ogni click.

Oltre Netflix, oltre Amazon: lo scenario streaming del 2025
Quando penso al futuro dello streaming, mi viene spontaneo sognare ad occhi aperti: immagino un servizio che sappia unire il meglio di Netflix, Spotify e Amazon, capace di farmi trovare ogni mattina una playlist personalizzata con film, serie, musica e persino consigli per lo shopping. Una sorta di “playlist della vita”, cucita su misura per me, che anticipa i miei gusti e bisogni ancora prima che io li esprima. Sembra fantascienza, ma se guardiamo alle tendenze del video streaming market 2025, non siamo poi così lontani da questa realtà.
Il mercato dello streaming sta vivendo una crescita senza precedenti, spinto da una rivoluzione nei modelli di fruizione e monetizzazione. Non si parla più solo di film e serie TV: oggi, e ancor di più nel 2025, lo streaming abbraccia anche eventi sportivi live, documentari on demand, gaming interattivo e contenuti educativi. La parola chiave è personalizzazione, e il motore di questa trasformazione è senza dubbio l’intelligenza artificiale.
Gli algoritmi che già oggi guidano le scelte su Netflix e Amazon stanno diventando sempre più sofisticati. Analizzano non solo ciò che guardiamo o acquistiamo, ma anche quando, come e con chi lo facciamo. Nel 2025, questi sistemi saranno in grado di prevedere le nostre preferenze con una precisione quasi inquietante, integrando dati provenienti da molteplici piattaforme e dispositivi. Come afferma Max Kalmykov:
“Lo scenario streaming del 2025 sarà dominato da piattaforme sempre più connesse e intelligenti, capaci di anticipare (quasi) ogni nostro desiderio.”
Ma la vera novità riguarda la monetizzazione e la pubblicità. Il streaming ad economy sta cambiando pelle, grazie all’ascesa dei marketplace pubblicitari e delle piattaforme programmatiche come Google DV360, The Trade Desk, Microsoft e Yahoo. Questi strumenti permettono di acquistare e vendere spazi pubblicitari in tempo reale, con una precisione di targeting mai vista prima. Gli inserzionisti possono così raggiungere il pubblico giusto, al momento giusto, con messaggi sempre più creativi e personalizzati.
Questa evoluzione ha un impatto diretto anche su di noi, spettatori e consumatori. Da un lato, la pubblicità diventa meno invasiva e più rilevante: invece di spot generici, riceviamo suggerimenti che rispecchiano davvero i nostri interessi. Dall’altro lato, però, cresce la lotta per la nostra attenzione e per i nostri dati. Ogni piattaforma cerca di trattenerci il più possibile, proponendo contenuti sempre nuovi e accattivanti, mentre raccoglie informazioni preziose sulle nostre abitudini.
Nel video streaming market 2025, la concorrenza non sarà più solo tra Netflix e Amazon, ma tra una miriade di servizi specializzati e generalisti, ognuno con il proprio algoritmo e la propria strategia di monetizzazione. Vedremo crescere piattaforme dedicate allo sport live, al gaming, ai documentari di nicchia, e persino servizi che integrano più media (video, audio, shopping) in un’unica esperienza fluida e personalizzata.
Un altro aspetto interessante sarà il ruolo dell’AI in video streaming: non solo per suggerire cosa guardare, ma anche per creare contenuti originali, adattare la qualità dello streaming alle condizioni della rete, e persino per generare pubblicità dinamiche che cambiano in tempo reale in base al nostro stato d’animo o al contesto in cui ci troviamo.
Tutto questo apre una riflessione importante: stiamo davvero espandendo le nostre possibilità di scelta, o rischiamo di limitarci sempre di più a ciò che gli algoritmi pensano sia meglio per noi? Da una parte, la personalizzazione ci permette di scoprire contenuti che altrimenti non avremmo mai trovato. Dall’altra, c’è il rischio di finire in una “bolla” di suggerimenti sempre uguali, dove la varietà e la sorpresa vengono sacrificate sull’altare dell’efficienza algoritmica.
Nel 2025, il mercato dello streaming sarà più ricco, vario e intelligente che mai. Le programmatic buying platforms e l’AI trasformeranno la pubblicità in un’esperienza quasi invisibile, ma estremamente efficace. La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra personalizzazione e scoperta, tra privacy e comodità, tra attenzione e distrazione. Forse il mio sogno di una playlist della vita ogni mattina non è poi così lontano, ma la domanda resta: saremo noi a scegliere cosa guardare, o saranno gli algoritmi a scegliere per noi?
Il futuro dello streaming è tutto da scrivere. E, come spettatori, abbiamo ancora il potere di decidere quanto spazio lasciare alla tecnologia e quanto alla nostra curiosità.
TL;DR: Gli algoritmi di Netflix e Amazon non sono solo strumenti tecnologici, ma veri registi delle nostre scelte digitali: dalla personalizzazione dei suggerimenti alle strategie pubblicitarie, il loro impatto ci accompagna ogni giorno… spesso senza che ce ne rendiamo conto.