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Alexa vs Google Assistant: Privacy sotto la lente (con storie che non vi aspettate)

9 Ottobre 2025

Mi sono accorto di parlare con la mia cucina molto più spesso di quanto vorrei ammettere. Un giorno mi sono chiesto: Alexa ride davvero alle mie battute? E Google Assistant conserva ogni promemoria imbarazzante che dettato di notte? Da qui nasce questa indagine un po’ irriverente ma profondamente personale sui retroscena della privacy che viviamo con i nostri assistenti vocali. Preparatevi a scoprire dettagli che forse avreste preferito ignorare.

Indice

    Sempre in ascolto? Il paradosso degli assistenti vocali smart

    Quando parliamo di Alexa e Google Assistant, la domanda che mi sento fare più spesso è: “Ma questi dispositivi sono davvero sempre in ascolto?” La risposta breve è sì, e qui nasce il vero paradosso degli assistenti vocali smart: per funzionare devono ascoltare costantemente, ma questo comporta inevitabili privacy risks che spesso sottovalutiamo.

    Smart speaker sempre pronti a captare la parola magica

    La tecnologia alla base di Alexa e Google Assistant si basa su un ascolto continuo dell’ambiente circostante, in attesa della cosiddetta wake word (“Alexa”, “Ok Google”). Questo significa che i microfoni sono sempre attivi, anche se – almeno in teoria – le registrazioni vocali dovrebbero partire solo dopo aver sentito la parola magica. Tuttavia, la realtà è più sfumata.

    Raccolta di voice recordings anche quando non ce ne accorgiamo

    Durante la mia analisi comparativa, ho scoperto che sia Alexa che Google Assistant possono raccogliere voice recordings anche in modo accidentale. Basta una parola simile al comando, una frase ambigua o un rumore di fondo per attivare il dispositivo senza che ce ne rendiamo conto. Queste registrazioni vengono poi archiviate nei server di Amazon o Google, spesso senza che l’utente ne sia consapevole.

    La funzione ‘sempre ascolto’: mito o realtà?

    Molti pensano che i dispositivi siano “dormienti” fino all’attivazione, ma la verità è che l’ascolto è costante. Il sistema analizza in tempo reale tutto ciò che sente, anche se solo una piccola parte viene effettivamente registrata e inviata ai server. Questo solleva una questione fondamentale: quanto siamo disposti a sacrificare della nostra privacy per la comodità di un assistente vocale sempre pronto?

    “La privacy non è un lusso, è una necessità” – Eva Galperin

    Un mio esperimento: ho provato a disattivare il microfono (e cosa è successo)

    Per capire meglio la portata del listening in, ho deciso di disattivare fisicamente il microfono di Alexa per una settimana. Il risultato? Nessuna risposta ai comandi vocali, ovviamente, ma anche una sensazione di maggiore controllo sulla mia privacy. Tuttavia, mi sono reso conto che pochi utenti adottano questa pratica: la maggior parte lascia il microfono sempre attivo, affidandosi alle impostazioni predefinite.

    Privacy risks dovuti all’attivazione accidentale

    Uno degli aspetti più preoccupanti è la possibilità che conversazioni private vengano registrate a nostra insaputa. Mi è capitato personalmente che Alexa rispondesse improvvisamente durante una conversazione familiare, segnalando che stava ascoltando. Questo fenomeno, noto come attivazione accidentale, espone gli utenti a rischi concreti: informazioni sensibili, dettagli personali e momenti privati possono finire nei database delle aziende.

    Differenze di comportamento tra Alexa e Google Assistant sul tema

    Analizzando le impostazioni di user activity e gestione delle voice recordings, emergono alcune differenze tra Alexa e Google Assistant:

    • Alexa permette di eliminare manualmente le registrazioni vocali tramite app o comandi vocali (“Alexa, cancella quello che ho appena detto”). È possibile anche impostare la cancellazione automatica dopo 3 o 18 mesi.
    • Google Assistant offre un controllo simile, ma con una gestione più dettagliata dell’attività vocale tramite la sezione “Le mie attività” dell’account Google. Anche qui si può scegliere la cancellazione automatica.

    Nonostante queste opzioni, la maggior parte degli utenti non modifica le impostazioni di default, lasciando che le aziende conservino le registrazioni per periodi prolungati.

    Listening In: tra comodità e consapevolezza

    Il vero paradosso degli assistenti vocali smart è che per essere utili devono ascoltare sempre, ma questo listening in continuo può mettere a rischio la nostra privacy. La gestione delle voice recordings e la consapevolezza dei privacy risks associati sono fondamentali per un uso responsabile di Alexa e Google Assistant. Come utenti, dobbiamo chiederci: quanto vale la nostra comodità rispetto alla nostra riservatezza?

     

    Oltre la comodità: cosa sanno davvero di noi?

    Quando parliamo di assistenti vocali Alexa vs Google Assistant privacy, spesso ci concentriamo sulla comodità: accendere le luci, ascoltare musica, gestire la lista della spesa. Ma la vera domanda che mi pongo ogni giorno è: quanto sanno davvero di noi questi assistenti? La risposta, dopo una lunga analisi comparativa sulla gestione della privacy, è sorprendente e, a tratti, inquietante.

    Data Collection: molto oltre la voce

    La raccolta dati non si limita alle nostre richieste vocali. Alexa e Google Assistant costruiscono un profilo utente dettagliato incrociando molteplici fonti di user data. Ad esempio:

    • Google Assistant integra informazioni dal calendario, dalle email (Gmail), dalle ricerche su Google, dalla cronologia di YouTube e persino dai dispositivi smart home collegati.
    • Alexa associa le nostre preferenze di utilizzo, la cronologia degli acquisti su Amazon, le routine domestiche e le interazioni con dispositivi smart home.

    Mi sono reso conto che il mio assistente conosce la mia cena preferita meglio della mia famiglia: basta pensare a quante volte ho chiesto “Alexa, aggiungi la pizza alla lista della spesa” o “Hey Google, ricordami di comprare il latte”.

    Account linkage: un unico profilo per tutto

    Un aspetto spesso sottovalutato è il collegamento degli account. Sia Amazon che Google puntano a unificare tutti i servizi sotto un unico profilo. Questo significa che ogni attività – dalla visione di un video su YouTube, all’acquisto di un libro su Amazon, fino alla gestione delle luci di casa – viene registrata e associata a noi.

    Per Google, l’integrazione con il Google Account rende il tutto ancora più capillare. Ogni dato raccolto da Google Assistant viene incrociato con le informazioni degli altri servizi Google. Amazon, invece, sfrutta la cronologia acquisti e le preferenze di utilizzo per personalizzare l’esperienza Alexa.

    Ad Targeting e profilazione personale

    Questi dati non vengono raccolti solo per migliorare i servizi, ma anche per il targeting pubblicitario. Entrambi gli assistenti vocali utilizzano le voice recordings e la user activity per personalizzare la pubblicità che riceviamo. Ad esempio:

    • Se chiedo spesso ricette vegetariane, potrei ricevere offerte su prodotti vegani sia su Amazon che su Google.
    • Le mie preferenze musicali, i dispositivi smart home che utilizzo e persino gli orari in cui interagisco con l’assistente vengono usati per affinare la profilazione personale.

    Come dice Shoshana Zuboff:

    “Se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu.”

    Ed è proprio così: il vero valore per queste aziende siamo noi e i nostri dati.

    Quanta trasparenza offrono davvero?

    Entrambe le piattaforme dichiarano di offrire strumenti per gestire la privacy e visualizzare i dati raccolti. Tuttavia, la trasparenza è spesso limitata. I pannelli di controllo sono complessi e frammentati, e non sempre è chiaro quali dati vengano effettivamente utilizzati per il ad targeting o per la profilazione personale.

    Ad esempio, Google permette di consultare la cronologia delle attività vocali e di eliminarle, ma molte informazioni restano comunque associate al profilo. Amazon offre la possibilità di cancellare le registrazioni vocali, ma la personalizzazione basata sulla cronologia acquisti e sulle abitudini di utilizzo rimane attiva.

    Esempi pratici: la quotidianità sotto osservazione

    • Quando programmo una riunione tramite Google Calendar, Google Assistant lo sa e può suggerirmi di partire prima se c’è traffico.
    • Se acquisto spesso caffè su Amazon, Alexa potrebbe consigliarmi una nuova marca o propormi offerte dedicate.
    • Le routine mattutine (“Buongiorno, Alexa!”) vengono analizzate per capire le mie abitudini e anticipare i miei bisogni.

    In sintesi, la data collection degli assistenti vocali va ben oltre la semplice interazione vocale: ogni aspetto della nostra vita digitale e domestica può essere osservato, registrato e utilizzato per costruire un profilo sempre più preciso e, spesso, invisibile ai nostri occhi.

    Le impostazioni non bastano: gestire la privacy tra illusioni e realtà

    Le impostazioni non bastano: gestire la privacy tra illusioni e realtà

    Quando si parla di privacy settings su Alexa e Google Assistant, la prima impressione è spesso rassicurante: dashboard dedicate, controlli dettagliati, possibilità di configurare ogni aspetto della gestione dati. Ma, come ho scoperto testando entrambi i sistemi, la realtà è molto più sfumata. Le impostazioni sono solo il primo passo di un percorso che richiede attenzione costante, consapevolezza e, spesso, una buona dose di pazienza.

    Recensione delle privacy settings: tra opzioni e complessità

    Sia Amazon che Google hanno investito molto per offrire privacy controls avanzati. Su Alexa, le privacy settings sono accessibili sia dall’app che dal portale web: si può gestire la cronologia delle interazioni, cancellare manualmente le registrazioni vocali e scegliere se permettere la revisione umana delle proprie conversazioni. Google Assistant offre un approccio simile, con una sezione “Gestione attività” dove si può intervenire su dati vocali, cronologia e personalizzazione degli annunci.

    Ma la vera sfida è la chiarezza: le opzioni sono tante, spesso poco intuitive, e cambiano di frequente. Per esempio, la funzione di cancellazione automatica delle registrazioni vocali dopo 3 mesi è presente su entrambe le piattaforme, ma la sua attivazione non è sempre immediata e, dopo alcuni aggiornamenti, può sparire o cambiare posizione nei menu senza preavviso.

    Disattivazione human review: come, quando, perché

    Un tema particolarmente delicato è la revisione umana delle registrazioni vocali. Google ha adottato un sistema opt-in: le registrazioni vengono analizzate da operatori solo se l’utente lo consente esplicitamente. Amazon, invece, permette di disattivare questa funzione, ma la procedura non è sempre chiara e richiede diversi passaggi. La domanda che mi sono posto è: quanti utenti sono davvero consapevoli di questa possibilità? E, soprattutto, quanti sanno dove trovare l’opzione giusta?

    L’automatizzazione della cancellazione dati: una certezza a metà

    Entrambe le piattaforme promettono privacy improvements costanti, e la cancellazione automatica delle voice recordings è uno degli esempi più citati. Tuttavia, nella pratica, ho notato che questa funzione non è sempre affidabile. In alcuni casi, dopo un aggiornamento della privacy policy o dell’app, l’automatismo si disattiva senza avviso, lasciando le registrazioni archiviate più a lungo del previsto. Questo fenomeno, purtroppo, non è raro e sottolinea quanto sia importante verificare periodicamente le proprie impostazioni.

    Rapporto (tortuoso) con la privacy policy

    La privacy policy di Alexa e Google Assistant è un documento in costante evoluzione. Gli aggiornamenti sono frequenti, spesso comunicati tramite email o notifiche poco visibili. La verità? Solo una minoranza di utenti legge davvero queste policy. Eppure, ogni modifica può introdurre cambiamenti sostanziali nella gestione dei dati. Mi sono trovato più volte a dover rileggere intere sezioni per capire se e come le mie informazioni venissero utilizzate diversamente dopo un update.

    Privacy features comparison: differenze reali tra Alexa e Google Assistant

    FunzionalitàAlexaGoogle Assistant
    Cancellazione automaticaSì (da 3 a 18 mesi)Sì (da 3 a 18 mesi)
    Disattivazione human reviewPossibile, ma nascostaOpt-in chiaro
    Gestione manuale registrazioniApp/webApp/web
    Aggiornamenti privacy policyFrequente, poco trasparenteFrequente, più dettagliato

    Il ruolo degli aggiornamenti: privacy improvements o solo confusione?

    Ogni aggiornamento promette privacy improvements, ma spesso introduce nuove opzioni o sposta quelle esistenti, generando confusione. Come dice Luca Bolognesi:

    “Un’impostazione privacy è solo utile quanto la consapevolezza dell’utente.”

    La gestione della privacy, insomma, richiede non solo strumenti adeguati ma anche una costante attenzione da parte nostra. Le privacy settings sono il punto di partenza, non il traguardo.

    Chi ha accesso ai nostri dati? Terze parti, rischi e fantasmi digitali

    Chi ha accesso ai nostri dati? Terze parti, rischi e fantasmi digitali

    Quando si parla di assistenti vocali come Alexa e Google Assistant, la domanda che mi pongo sempre è: chi può davvero accedere ai nostri dati? La risposta, purtroppo, non è mai semplice. Dietro la promessa di comodità e automazione, si nascondono rischi legati a third-party access, condivisione dei dati, gestione delle skill e delle action, e la presenza di veri e propri “fantasmi digitali” che si aggirano tra le nostre informazioni personali.

    Risk Assessment: sviluppatori terzi, dipendenti, hacker e forze dell’ordine

    La superficie di attacco è ampia. Oltre ai team interni di Amazon e Google, che possono accedere ai dati per motivi di manutenzione o miglioramento del servizio, esistono almeno altri tre attori da considerare:

    • Sviluppatori terzi: le piattaforme permettono a sviluppatori esterni di proporre skill (per Alexa) o action (per Google Assistant) che possono raccogliere dati personali. Qui si annidano i rischi più insidiosi: non sempre questi sviluppatori rispettano gli stessi standard di sicurezza e privacy delle aziende principali.
    • Hacker: vulnerabilità tecniche o errori di configurazione possono esporre i dati a malintenzionati, come dimostrato da diversi casi di security researchers che hanno scoperto falle nei sistemi di isolamento degli account.
    • Forze dell’ordine: in alcuni casi, dati vocali e cronologie possono essere richiesti tramite mandato. La trasparenza su questi accessi varia molto tra Amazon e Google.

    Gestione di skill/action di terze parti: dove si annidano i veri pericoli?

    Uno dei punti più critici riguarda la gestione delle skill e delle action di terze parti. Queste estensioni ampliano le funzionalità degli assistenti vocali, ma spesso richiedono permessi invasivi. Gli esperti di privacy sottolineano che qui si annidano i rischi maggiori: autorizzare una skill apparentemente innocua può significare aprire la porta a raccolte massive di dati, anche sensibili.

    Un esempio concreto? Alcune skill di promemoria o giochi per bambini hanno raccolto informazioni vocali e dati di utilizzo senza un reale bisogno funzionale, come emerso da audit indipendenti condotti da security researchers.

    Il mito della ‘privacy tra le mura di casa’ oggi

    Molti utenti si illudono che, una volta chiusa la porta di casa, la privacy sia garantita. La realtà è ben diversa: i nostri assistenti vocali sono sempre in ascolto, pronti a registrare e inviare dati ai server centrali. Come afferma Matteo Flora:

    “La privacy si difende a colpi di consapevolezza, non di comodità.”

    Questa consapevolezza è fondamentale per capire che la vera privacy richiede attenzione costante, soprattutto quando si tratta di dispositivi connessi.

    Audit periodici dei permessi e delle integrazioni: il consiglio degli esperti

    Gli audit regolari delle autorizzazioni e delle integrazioni sono una delle best practice suggerite dagli esperti di privacy. Troppo spesso, però, questa attività viene trascurata. Personalmente, consiglio di:

    • Verificare periodicamente le skill e le action attive
    • Rimuovere quelle inutilizzate o sospette
    • Controllare i permessi concessi a ciascuna estensione
    • Utilizzare account separati per i diversi membri della famiglia
    • Sfruttare la guest mode quando si ospitano amici o parenti

    Queste semplici precauzioni possono ridurre drasticamente i rischi di third-party access e data sharing non autorizzato.

    Data Sharing Policy: Google, Amazon e le (troppe) eccezioni

    Google afferma di non condividere dati vocali con inserzionisti, ma esistono eccezioni legate a collaborazioni tecniche, sviluppo di nuove funzionalità e, in alcuni casi, richieste legali. Amazon, dal canto suo, specifica che i dati possono essere condivisi con partner selezionati per migliorare l’esperienza utente, ma la trasparenza su questi processi resta limitata.

    In definitiva, la gestione della privacy passa attraverso una conoscenza approfondita delle data sharing policy e una vigilanza costante su chi, davvero, può accedere ai nostri dati.

     

    Gli esperti rispondono: configurazioni consigliate (e errori da evitare)

    La parola agli esperti: quali sono le Expert-Recommended Privacy Settings da attivare davvero?

    Quando si parla di privacy configuration sugli assistenti vocali come Alexa e Google Assistant, la differenza tra un dispositivo sicuro e uno vulnerabile sta tutta nelle scelte che facciamo nelle impostazioni. Come mi hanno spiegato diversi security researchers e privacy advocates, la gestione della privacy non è mai un processo automatico: richiede attenzione, aggiornamento costante e consapevolezza. Come dice Riccardo Meggiato, esperto di sicurezza:

    “La privacy è frutto di scelte consapevoli, non di automatismi.”

    Ecco perché è fondamentale conoscere le privacy settings review più raccomandate e i principali errori da evitare.

    Il parere di security researchers e privacy advocates

    Gli esperti concordano su alcuni punti chiave per una privacy management efficace:

    • Disabilitare l’ascolto continuo dove possibile: sia Alexa che Google Assistant offrono la possibilità di interrompere la rilevazione costante della parola d’attivazione. Questo riduce il rischio di registrazioni accidentali.
    • Impostare la cancellazione automatica delle voice recordings su intervalli brevi (3 o 18 mesi): così si limita l’esposizione prolungata dei dati vocali.
    • Controllare regolarmente permessi di skill e action: molte skill di terze parti possono accedere a dati sensibili. Gli esperti consigliano di rivedere periodicamente le autorizzazioni e rimuovere quelle inutilizzate.
    • Attivare il guest mode o profili separati per ospiti: questa funzione limita l’accesso alle informazioni personali quando il dispositivo viene usato da altri.

    Uso ottimale della funzione guest mode

    Una delle advanced privacy configurations più sottovalutate è proprio il guest mode (modalità ospite). Attivandolo, si impedisce agli ospiti di accedere a cronologia, contatti e preferenze personali. Gli esperti sottolineano che questa funzione, insieme agli account isolati, riduce drasticamente le implicazioni di data leak e accesso non autorizzato. Su Google Assistant la modalità ospite si attiva vocalmente (“Hey Google, attiva la modalità ospite”), mentre su Alexa si può gestire tramite l’app.

    Errori tipici da evitare nella privacy configuration

    • Permessi mai rivisti: Molti utenti attivano skill o action senza mai controllare quali dati raccolgano o a quali informazioni abbiano accesso.
    • Dati mai cancellati: Lasciare le registrazioni vocali indefinite nel cloud aumenta il rischio di esposizione in caso di violazione.
    • Skill sospette sempre attive: Skill di terze parti poco affidabili possono rappresentare una porta d’accesso ai dati personali.

    Questi errori sono tra i più comuni e, secondo gli esperti, sono anche i più facili da correggere con una privacy settings review periodica.

    Check-list pratica: configurazione privacy per l’uso quotidiano

    1. Disattivare l’ascolto continuo quando non necessario.
    2. Impostare la cancellazione automatica delle registrazioni vocali ogni 3 mesi.
    3. Attivare la modalità ospite per gli ospiti o in presenza di bambini.
    4. Rivedere e revocare i permessi delle skill almeno una volta al mese.
    5. Disabilitare le skill inutilizzate o sospette.
    6. Verificare regolarmente le notifiche di sicurezza e aggiornare il dispositivo.

    Seguendo questa check-list, si può ottenere una user data protection molto più robusta, riducendo i rischi legati all’uso quotidiano degli assistenti vocali.

    In sintesi: la privacy richiede attenzione attiva

    Le Expert-Recommended Privacy Settings non sono solo opzioni tecniche, ma scelte consapevoli che fanno la differenza tra un’esperienza sicura e una vulnerabile. Ricordiamoci sempre che la privacy, come sottolineano gli esperti, è una responsabilità personale e quotidiana.

    Il comfort della voce vale il prezzo della privacy?

    Il comfort della voce vale il prezzo della privacy?

    La sfida privacy vs comodità: gestire la quotidianità con una coscienza vigile

    Da quando ho integrato gli smart speaker nella mia routine quotidiana, la domanda che mi pongo più spesso è: quanto vale davvero la comodità offerta dalla voce? Alexa e Google Assistant hanno rivoluzionato il modo in cui gestisco la casa, dagli appuntamenti alle luci, dalla musica alle liste della spesa. Ma ogni comando vocale è anche un potenziale rischio: quali dati vengono raccolti, dove finiscono, chi può ascoltarli?

    Il dilemma privacy vs convenience non è solo teorico. Si manifesta nelle piccole abitudini: chiedere ad Alexa di leggere le email mentre preparo il caffè, o lasciare che Google Assistant gestisca i promemoria di famiglia. Sono gesti che semplificano la vita, ma che mi obbligano a una consapevolezza costante: sto scambiando una parte della mia privacy per un comfort immediato.

    Scenari ipotetici: e se Alexa annunciasse la tua festa a sorpresa al posto tuo?

    Immaginiamo uno scenario: organizzo una festa a sorpresa e, per errore, Alexa annuncia l’evento davanti al festeggiato. Sembra una scena da commedia, ma episodi simili sono già accaduti. Gli smart speaker, se non configurati correttamente, possono divulgare informazioni sensibili o personali in momenti inopportuni.

    Questi privacy risks non sono sempre immediati o evidenti. Un comando frainteso, una routine programmata male, e la tecnologia che dovrebbe semplificare la vita può invece complicarla. La consapevolezza dei rischi è fondamentale: ogni funzione aggiuntiva, ogni nuova integrazione, può aumentare la superficie di attacco o di esposizione dei nostri dati.

    Bilanciare vantaggi e rischi personali: la mia strategia dopo errori ed esperimenti

    Dopo alcuni errori – come promemoria letti ad alta voce in presenza di ospiti o comandi attivati per sbaglio – ho iniziato a rivedere costantemente le impostazioni di privacy sia su Alexa che su Google Assistant. Ho imparato a:

    • Disattivare la cronologia vocale dove possibile
    • Limitare le skill e le app di terze parti
    • Gestire con attenzione i dispositivi condivisi in famiglia
    • Utilizzare le funzioni di mute o spegnimento microfono quando non necessario

    Questa strategia mi permette di bilanciare i vantaggi degli smart speaker con una maggiore sicurezza personale. Ma richiede attenzione e una revisione costante, perché le impostazioni cambiano, le policy si aggiornano e le aziende introducono nuove funzioni che possono riaprire vecchie vulnerabilità.

    La narrativa del miglioramento continuo delle privacy features: progresso reale o solo marketing?

    Negli ultimi anni, sia Amazon che Google hanno annunciato privacy improvements significativi: controlli vocali per cancellare la cronologia, dashboard più trasparenti, notifiche sulle registrazioni. Ma mi chiedo spesso: si tratta di progresso reale o solo marketing?

    Le aziende cercano di rassicurare gli utenti, ma la realtà è che privacy concerns rimangono. Gli aggiornamenti sono spesso reattivi, introdotti dopo incidenti o pressioni pubbliche. Come dice l’esperto Stefano Zanero:

    “Il progresso tecnologico si misura anche dalla tutela della nostra intimità.”

    Questa frase mi accompagna ogni volta che valuto se attivare una nuova funzione o collegare un altro dispositivo. Il compromesso tra privacy e convenienza è un equilibrio delicato, che richiede consapevolezza e revisione costante. Gli smart speaker offrono vantaggi innegabili, ma ci impongono una domanda fondamentale: quanto siamo disposti a cedere della nostra privacy per il comfort della voce?

     

    Educazione digitale: la vera privacy nasce dalla conoscenza

    Quando parliamo di privacy e assistenti vocali come Alexa e Google Assistant, spesso ci troviamo di fronte a un grande public awareness gap: in quanti sanno davvero cosa succede ai loro dati una volta pronunciato un comando? La mia esperienza personale, sia come utente che come blogger, mi ha insegnato che la maggior parte delle persone non ha una reale percezione delle privacy practices adottate da questi dispositivi. Questo divario tra ciò che le tecnologie fanno realmente e ciò che il pubblico crede sia il loro funzionamento è uno dei principali ostacoli alla tutela della nostra privacy digitale.

    Non è raro incontrare amici o parenti che, magari dopo aver letto un titolo allarmistico, mi chiedono se Alexa o Google Assistant “ascoltano sempre” o “registrano tutto”. In realtà, la risposta è più complessa e dipende dalle privacy principles adottati dalle aziende, dalle impostazioni scelte dall’utente e dagli aggiornamenti che vengono rilasciati nel tempo (privacy updates). Tuttavia, ciò che manca davvero è una informazione accessibile e aggiornata, che aiuti le persone a comprendere come funzionano questi strumenti e quali rischi concreti comportano.

    Da qui nasce l’importanza dell’educazione digitale. È fondamentale che la conoscenza di base sulla privacy digitale diventi patrimonio comune, già a partire dalla scuola. Se penso a cosa dovremmo insegnare ai ragazzi, mi viene subito in mente la necessità di spiegare non solo come funzionano gli smart speakers, ma anche quali dati raccolgono, come vengono utilizzati e quali strumenti abbiamo per proteggerli. La consapevolezza è la prima vera barriera contro le violazioni della privacy: senza di essa, rischiamo di lasciare le nostre informazioni personali esposte, proprio come se lasciassimo tutte le chiavi di casa fuori dalla porta.

    In questo senso, le guide pratiche e le risorse online giocano un ruolo decisivo. Blog, forum e community specializzate sono diventati punti di riferimento per chi vuole restare aggiornato sulle ultime privacy updates e sulle strategie più efficaci per difendere la propria riservatezza. Personalmente, consiglio sempre di seguire fonti affidabili e di partecipare attivamente alle discussioni: spesso, le migliori soluzioni nascono proprio dal confronto tra utenti che hanno vissuto esperienze simili.

    Un aspetto che mi colpisce sempre è quanto la privacy sia percepita come qualcosa di “tecnico” o distante dalla vita quotidiana. In realtà, come dice Antonello Soro,

    “La privacy digitale è il nuovo diritto civile.”

    Oggi, la privacy è come una porta di casa: dovrebbe proteggerci, ma troppo spesso lasciamo tutte le chiavi fuori, a disposizione di chiunque sappia dove cercare. Ecco perché la formazione e l’informazione costante sono le nostre migliori alleate. Solo conoscendo davvero i meccanismi che regolano la gestione dei dati possiamo scegliere consapevolmente come e quando utilizzare gli assistenti vocali, senza rinunciare alla comodità ma nemmeno alla sicurezza.

    In conclusione, la vera sfida non è solo tecnologica, ma culturale. Colmare il public awareness gap richiede uno sforzo collettivo: dalle aziende, che devono comunicare in modo chiaro e trasparente, alle istituzioni scolastiche, che dovrebbero inserire l’educazione alla privacy nei programmi, fino a noi utenti, chiamati a informarci e a condividere le nostre esperienze. Solo così potremo trasformare la privacy digitale da vulnerabilità a diritto consapevole, in un mondo dove la tecnologia è sempre più presente nelle nostre vite quotidiane.

    TL;DR: Alexa e Google Assistant promettono semplicità, ma gestire la privacy resta una giungla: tra impostazioni che cambiano, raccolta dati per pubblicità e rischi (anche insospettati) occorre vigilanza costante.

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