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Affrontare il ransomware nel 2025: Guida pratica, errori reali e soluzioni creative

10 Ottobre 2025

Nel 2022 ho ricevuto la chiamata che nessuno vuole: “I nostri dati sono inaccessibili e c’è una richiesta di riscatto”. Da quel giorno, il ransomware non è più solo un termine da conferenza ma una realtà quotidiana che mi ha insegnato più lezioni di qualsiasi corso. In questa guida non troverai solo teoria, ma esperienze vere (anche qualche figuraccia!) e strumenti pratici per non farti trovare impreparato. Sì, parleremo di soluzioni tecnologiche, ma anche degli errori (miei e altrui), degli imprevisti, e persino di qualche trovata fuori dagli schemi. Pronto a scoprire come affrontare il ransomware con una marcia in più?

Indice

    Dietro le quinte di un attacco ransomware: come (e perché) si diffonde ancora nel 2025

    Storie vere di diffusione: dal click sbagliato alla catena di errori umani

    Quando penso a come si diffonde il ransomware nel 2025, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un collega che, in buona fede, apre un’email apparentemente innocua. Un click su un allegato “urgente” e, in pochi minuti, l’intera rete aziendale è sotto scacco. Ho visto questa scena più volte, sia in PMI che in grandi aziende. Il punto debole resta sempre lo stesso: l’errore umano. Secondo ESET, “l’errore umano resta la principale causa di infezione: la formazione rimane cruciale.”

    Il phishing, infatti, è ancora il vettore preferito dai cybercriminali. Un messaggio ben costruito, una finta fattura o una richiesta di aggiornamento password bastano per avviare una catena di eventi che porta alla compromissione dei dati e all’attivazione del ransomware.

    Double/triple extortion e Ransomware-as-a-Service: evoluzione delle tecniche

    Nel 2025, i ransomware trends più pericolosi sono quelli legati alla double extortion e, sempre più spesso, alla triple extortion. Non si tratta più solo di cifrare i dati e chiedere un riscatto per la decrittazione: ora gli attaccanti minacciano anche di pubblicare le informazioni rubate o di colpire i clienti e i partner dell’azienda.

    Un altro trend che ho visto crescere in modo esponenziale è il Ransomware-as-a-Service (RaaS). Oggi chiunque, anche senza competenze tecniche avanzate, può “affittare” un kit di ransomware su darknet e lanciare attacchi mirati. Questo modello ha reso gli attacchi più frequenti e sofisticati, con campagne personalizzate per settore: sanità, pubblica amministrazione, industria e servizi sono tra i più colpiti.

    Perché il phishing resta il tallone d’Achille delle aziende (esperienza personale compresa)

    Mi è capitato personalmente di dover gestire una crisi partita da un semplice phishing. Nonostante le policy e la formazione, una sola email ben fatta è riuscita a ingannare un collega esperto. Da lì, il malware si è mosso lateralmente, sfruttando credenziali compromesse e vulnerabilità note.

    Il phishing funziona perché fa leva sull’urgenza, sulla fiducia e sulla disattenzione. Anche nel 2025, nonostante l’intelligenza artificiale e i filtri avanzati, la componente umana resta la più difficile da proteggere.

    Il ruolo dell’Endpoint Detection & Response (EDR) per bloccare l’escalation

    Uno degli strumenti più efficaci che consiglio sempre è l’Endpoint Detection & Response (EDR). Questi sistemi analizzano in tempo reale i comportamenti sospetti sugli endpoint (PC, server, dispositivi mobili) e bloccano le azioni anomale prima che il ransomware possa diffondersi.

    • Monitoraggio continuo delle attività
    • Isolamento automatico dei dispositivi compromessi
    • Analisi forense per identificare la causa dell’attacco

    L’EDR è fondamentale per la ransomware spread prevention e per limitare i danni in caso di infezione.

    Impatto pratico: dati cifrati, attività ferme e panico generale

    Quando il ransomware colpisce, le conseguenze sono immediate: file cifrati, server bloccati, sistemi di produzione fermi e, spesso, panico tra i dipendenti. Ho visto aziende costrette a fermare completamente le attività per giorni, con danni economici e reputazionali enormi.

    Il tempo è tutto: agire subito, isolare i sistemi, avvisare il team IT e seguire una procedura di risposta sono passaggi essenziali per tentare il recupero dei dati.

    Il dilemma del riscatto: pagare o resistere?

    Il dilemma se pagare o meno il riscatto è reale. Ho visto aziende che hanno pagato, sperando di recuperare i dati, ma spesso senza garanzie. Altre hanno resistito, puntando su backup e ripristino. La tentazione di pagare è forte, soprattutto quando ogni minuto di fermo significa perdite enormi, ma resta sempre l’ultima scelta.

    La vera lezione? Investire in prevenzione, formazione e tecnologie come EDR è l’unico modo per non trovarsi mai davanti a questo bivio.

    Il primo errore: quando la formazione (non) salva dai ransomware

    Il primo errore: quando la formazione (non) salva dai ransomware

    Quella volta che un collega ha cliccato su un allegato (e il disastro è partito da lì)

    La scena è familiare a chiunque lavori in azienda: una mattina, un collega riceve un’email apparentemente innocua, con un allegato che sembra urgente. Un clic, e in pochi minuti l’intera rete aziendale è sotto scacco. È successo anche a noi: nonostante avessimo attivato programmi di employee security training e campagne di phishing awareness, un attimo di distrazione è bastato per aprire la porta al ransomware. Secondo le statistiche, oltre l’80% degli attacchi informatici nasce da un errore umano. Questo dato mi ha spinto a riflettere: la formazione è davvero sufficiente per la ransomware prevention?

    Limiti dei programmi di awareness e perché i test di phishing sono una benedizione (e una sfida)

    I programmi di phishing awareness sono fondamentali, ma non infallibili. Ho imparato che la formazione tradizionale spesso si scontra con la noia e la routine: slide, quiz ripetitivi, video che nessuno guarda davvero. La vera svolta è arrivata quando abbiamo introdotto simulazioni di phishing realistiche. All’inizio, molti colleghi si sono sentiti “presi in giro” o messi sotto esame. Ma dopo i primi test, il tasso di clic su email sospette è diminuito drasticamente. Le simulazioni hanno reso tangibile il rischio e aumentato la prontezza del team.

    Come dice Francesca Rossi, esperta di security:

    “Il miglior corso è quello che non annoia mai.”

    Ecco perché i test di phishing, se ben progettati, sono sia una benedizione che una sfida: richiedono creatività, aggiornamento costante e la capacità di sorprendere.

    Employee security training: tre strategie creative che ho adottato in azienda (con risultati sorprendenti)

    • Gamification: Abbiamo trasformato la formazione in una sfida a punti, con classifiche e premi per chi riconosceva più tentativi di phishing. Il coinvolgimento è schizzato alle stelle.
    • Storytelling: Ho raccontato storie vere di attacchi subiti da altre aziende, mostrando le conseguenze reali. L’empatia ha reso il rischio più concreto.
    • Quiz a sorpresa: Invece dei soliti test programmati, abbiamo inviato quiz brevi e inaspettati durante la giornata lavorativa. Il risultato? Maggiore attenzione e meno errori.

    Queste strategie hanno reso il nostro employee security training più efficace e meno prevedibile, aumentando la resilienza aziendale.

    La componente psicologica della distrazione digitale

    Viviamo sommersi da notifiche, chat, email. La ransomware defense non è solo questione di regole, ma anche di attenzione mentale. Ho notato che i colleghi più esposti al multitasking sono anche quelli che cadono più spesso nei tranelli del phishing. Per questo, durante la formazione, insisto sempre sull’importanza di prendersi qualche secondo per riflettere prima di cliccare su un link o aprire un allegato.

    Come il phishing evolve: esempi di email realistiche e tentativi quasi “perfetti”

    Oggi i criminali informatici usano tecniche sempre più sofisticate. Ho visto email di phishing che imitavano perfettamente lo stile del nostro amministratore delegato, con loghi aziendali e firme digitali. In un caso, il messaggio chiedeva di “aggiornare urgentemente la password” tramite un link che portava a una copia identica del nostro portale aziendale. Solo un dettaglio minuscolo nell’URL tradiva la truffa. Ecco perché i phishing awareness programs devono essere aggiornati costantemente, con esempi tratti dalla realtà.

    Wild card: se Leonardo Da Vinci fosse stato il mio CISO, quale metodo educativo avrebbe inventato?

    Se Leonardo Da Vinci fosse stato il mio Chief Information Security Officer, sono certo che avrebbe trasformato la formazione in un laboratorio di invenzioni: quiz interattivi, esperimenti pratici, enigmi da risolvere in team. Avrebbe unito arte e scienza per sorprendere e coinvolgere ogni dipendente, rendendo la ransomware prevention non solo una necessità, ma una sfida creativa e continua.

     

    Prevenire (bene) è meglio che curare: strategie anticonvenzionali per evitare il ransomware

    Quando si parla di ransomware, la vera partita si gioca prima che l’attacco inizi. L’esperienza mi ha insegnato che le strategie anticonvenzionali, spesso trascurate, sono quelle che fanno davvero la differenza. In questa sezione della mia ransomware prevention guide, voglio condividere una checklist aggiornata al 2025 e alcune storie reali che mi hanno fatto cambiare approccio alla sicurezza.

    Checklist per la prevenzione 2025: le mosse vincenti

    • Multi-factor authentication (MFA) ovunque possibile
    • Patch management costante e automatizzato
    • Network segmentation intelligente
    • Immutable data snapshots e air gap backup
    • Automated containment actions tramite EDR/XDR
    • Simulazioni di cleanroom recovery

    Come dice spesso il mio collega Marco Galli, Responsabile IT:

    “Prevenire significa sommare più mosse vincenti che eliminare la mossa finale.”

    Multi-factor authentication (MFA): l’aneddoto del collega e la soluzione

    Una delle prime difese contro il ransomware resta la multi-factor authentication. Ricordo bene il caso di un collega che perdeva regolarmente il cellulare, rendendo l’MFA una seccatura continua. Dopo l’ennesimo incidente, abbiamo adottato una soluzione: token hardware di backup e notifiche push su dispositivi multipli. Da allora, nessun blocco e nessuna scusa. I dati dimostrano che l’MFA riduce di oltre il 90% le compromissioni legate al furto di credenziali.

    Patch management: la routine che salva

    Molti attacchi ransomware sfruttano vulnerabilità già note. Ho imparato che automatizzare il patch management è fondamentale: aggiornamenti regolari, testati prima in ambienti di staging, riducono drasticamente le superfici d’attacco. Non è solo una questione di software, ma anche di firmware e dispositivi di rete.

    Network segmentation: la barriera invisibile

    La network segmentation è spesso sottovalutata. Separare le reti critiche da quelle meno sensibili limita la propagazione del ransomware. In una simulazione interna, abbiamo visto che un malware, una volta entrato, si è fermato davanti a una VLAN isolata. Bastano poche regole ben fatte per bloccare un attacco sul nascere.

    Automated containment: quando l’EDR ha fermato tutto in tre minuti

    Una delle innovazioni più efficaci è l’automated containment. Ricordo una notte in cui l’EDR aziendale ha rilevato un comportamento anomalo e ha isolato la macchina infetta in meno di tre minuti. Senza intervento umano, il ransomware non ha avuto il tempo di cifrare nulla. Oggi, queste soluzioni riducono il tempo di contenimento da ore a minuti, cambiando le regole del gioco.

    Soluzioni meno note: air gap backup e cleanroom recovery

    Le soluzioni di backup innovative sono il vero “gold standard” della prevenzione. Gli immutable data snapshots impediscono la modifica o cancellazione dei dati di backup. L’air gap backup – ovvero backup fisicamente separati dalla rete – garantisce che, anche in caso di compromissione totale, i dati restino intatti. In laboratorio, abbiamo testato anche il cleanroom recovery: ripristinare i sistemi in ambienti isolati e puliti, per evitare reinfezioni.

    Wild card: se il ransomware fosse una scacchiera…

    Se dovessi scegliere la vera mossa vincente, direi che è la combinazione di tutte queste strategie. Nessuna soluzione singola è infallibile, ma la somma di MFA, aggiornamenti costanti, segmentazione, air gap backup e automated containment crea una difesa multilivello che rende la vita difficile anche agli attaccanti più sofisticati.

    Per approfondire ulteriormente, consiglio la guida ufficiale del NCSC: Mitigating malware and ransomware attacks.

    Il giorno X: l’arte di reagire bene (e velocemente) a un attacco ransomware

    Il giorno X: l’arte di reagire bene (e velocemente) a un attacco ransomware

    Racconto personale: il caos delle prime due ore di un attacco vero

    Ricordo ancora il giorno in cui, alle 7:42 del mattino, il mio telefono ha iniziato a squillare senza sosta. “Non riusciamo più ad accedere ai file, c’è qualcosa che non va!” In meno di dieci minuti, la sala server era un alveare di panico. I monitor mostravano solo messaggi di riscatto. In quelle prime due ore, ogni secondo sembrava pesare come un macigno: la pressione, la paura di perdere dati critici, la reputazione aziendale in bilico. È in quei momenti che capisci quanto sia fondamentale avere un incident response plan chiaro e testato.

    Incident response plan: quando l’ordine serve più del coraggio

    In situazioni di emergenza, il coraggio è importante, ma l’ordine lo è di più. Un incident response plan ben strutturato è la bussola che guida ogni azione. Il nostro piano prevedeva ruoli precisi: chi comunicava con il management, chi isolava i sistemi compromessi, chi avviava la raccolta delle prove digitali. Il tempo medio di downtime, senza una risposta critica, supera le 72 ore. Ma con un piano testato, abbiamo ridotto il caos e iniziato subito la procedura di contenimento.

    “Una risposta preparata è la migliore assicurazione contro il panico.”
    Fabio Colombo, Digital Security Manager

    Forensic investigation tools e rapid data restore: imparare a ricostruire velocemente

    La fase successiva è stata l’uso di forensic investigation tools per capire come si fosse diffuso il ransomware. Questi strumenti ci hanno permesso di identificare il punto d’ingresso e isolare i sistemi infetti, evitando ulteriori danni. Parallelamente, il team IT ha avviato il rapid data restore dai backup puliti. La differenza tra una ripresa rapida e giorni di inattività è enorme: il rapid restore può ridurre il downtime fino all’80%. In pratica, ogni minuto risparmiato è un danno economico e reputazionale in meno.

    Backup puliti: la differenza tra panico e ripartenza

    La vera salvezza, però, sono stati i backup puliti. Avevamo una strategia di backup 3-2-1: tre copie dei dati, su due supporti diversi, di cui una offsite. Questo ci ha permesso di ripristinare i dati senza rischiare di reinfettare i sistemi. Senza backup testati e puliti, il panico avrebbe preso il sopravvento. Invece, abbiamo potuto concentrarci sulla ripartenza, non sulla disperazione.

    Disaster recovery testing: la volta che un test ci ha salvati davvero da un disastro

    Non dimenticherò mai la sensazione di sollievo quando, durante il ripristino, tutto ha funzionato come previsto. Questo perché avevamo eseguito regolarmente disaster recovery testing. Solo il 40% delle aziende italiane lo fa con costanza, ma chi lo fa riduce drasticamente i tempi di ripresa. Un test, fatto pochi mesi prima, ci aveva permesso di scoprire e correggere una falla nei backup. Quella simulazione ci ha letteralmente salvati dal disastro.

    Wild card: spiegare il ransomware a un bambino di 10 anni

    Se dovessi spiegare quell’attacco a un bambino, userei l’analogia del castello con il ponte levatoio. Immagina che il castello sia la nostra azienda e il ponte levatoio sia l’accesso ai dati. Se arriva un nemico (il ransomware) e alza il ponte, nessuno può entrare o uscire. Ma se abbiamo una porta segreta (i backup puliti) e sappiamo dove si trova (incident response plan), possiamo rientrare e riprendere il controllo, mentre i cattivi restano fuori.

    • Incident response plan: la guida per ogni azione.
    • Forensic investigation tools: per capire e isolare il problema.
    • Rapid data restore: per ridurre il downtime.
    • Backup puliti: la chiave per la ripartenza.
    • Disaster recovery testing: la prova che fa la differenza.

     

    Dopo il recupero: come cambiare davvero strategia per non cadere due volte

    Quando il post-incident è più importante della prevenzione: analizzare ciò che è andato storto

    Dopo aver affrontato un attacco ransomware e aver recuperato i dati, la tentazione è spesso quella di tirare un sospiro di sollievo e tornare alla normalità. Ma la vera gestione di un ransomware incident management non si ferma al recupero: il momento più importante arriva proprio dopo. È qui che dobbiamo fermarci e analizzare, con lucidità, cosa è andato storto. Ogni crisi, come dice Sara Fabbri, Risk Analyst,

    “Una crisi è uno specchio che riflette tutte le falle, ma anche le opportunità.”

    Solo affrontando con onestà le nostre vulnerabilità possiamo evitare di cadere due volte nello stesso errore.

    Lezione imparata: ogni attacco offre dati preziosi su vulnerabilità reali

    Ogni attacco ransomware lascia dietro di sé una traccia di dati e segnali che raccontano dove e come siamo stati colpiti. Analizzare questi dati è fondamentale per capire quali vulnerabilità sono state sfruttate: una password debole, una patch non applicata, un accesso remoto non monitorato. In questo modo, possiamo trasformare un evento negativo in un’occasione di crescita e rafforzamento della nostra sicurezza.

    Aggiornare la strategia di cyber resilience: business continuity planning e threat intelligence integration

    Dopo un attacco, è il momento di aggiornare la strategia di cyber resilience. Questo significa rivedere il business continuity planning, assicurandosi che i processi critici possano continuare anche in caso di nuovi incidenti. Molte aziende, secondo le ultime ricerche, stanno integrando strumenti avanzati di threat intelligence integration per anticipare e riconoscere le minacce prima che diventino incidenti reali.

    • Rivedere e testare regolarmente i piani di continuità operativa
    • Integrare feed di threat intelligence nei sistemi di monitoraggio
    • Formare il personale su nuove tipologie di attacco

    La compliance gap management diventa essenziale: ogni revisione deve assicurare che le policy siano aggiornate rispetto alle normative e alle best practice più recenti.

    Vendor security & supply chain: non fidarti ciecamente di nessuno

    Un errore comune è pensare che la sicurezza sia solo una questione interna. In realtà, la vendor security assessment e la gestione della supply chain sono diventate centrali. Un fornitore poco attento può essere la porta d’ingresso per un nuovo attacco.

    • Valutare regolarmente la sicurezza dei fornitori
    • Richiedere audit e report di sicurezza aggiornati
    • Stabilire clausole contrattuali specifiche sulla gestione dei dati e degli incidenti

    Non fidarsi ciecamente di nessuno è la nuova regola d’oro: ogni anello della catena deve essere verificato e monitorato.

    External risk monitoring: il caso di un fornitore compromesso

    Immaginiamo il caso di un fornitore compromesso: il rischio non si ferma a lui, ma si propaga a tutte le aziende partner. Ecco perché il external risk monitoring è diventato un pilastro della sicurezza moderna. Monitorare costantemente la postura di sicurezza dei partner esterni permette di individuare segnali di compromissione prima che diventino un problema per la nostra azienda.

    L’importanza della resilienza psicologica del team IT dopo l’attacco

    La resilienza non è solo tecnica, ma anche gestionale e umana. Dopo un attacco, il team IT può sentirsi sotto pressione o demoralizzato. È fondamentale investire nella resilienza psicologica del personale, offrendo supporto, formazione e momenti di confronto. Un team motivato e preparato è la prima linea di difesa contro i prossimi attacchi.

    In sintesi, il vero cambiamento dopo un attacco ransomware nasce da una revisione profonda delle strategie, dall’integrazione di nuove tecnologie e dalla consapevolezza che la sicurezza è un processo continuo, che coinvolge persone, processi e tecnologie.

    Cosa (non) dovresti mai sottovalutare: mito del ‘pago e risolvo’ e altre scorciatoie pericolose

    Cosa (non) dovresti mai sottovalutare: mito del ‘pago e risolvo’ e altre scorciatoie pericolose

    Il vero rischio di pagare il riscatto: dati che restano vulnerabili e attacchi replicati

    Quando si parla di ransomware data recovery, la tentazione di pagare il riscatto per riavere i propri dati è fortissima. Lo capisco bene: la pressione è enorme, il tempo stringe e ogni minuto senza accesso ai dati può costare caro. Ma la realtà è che pagare il riscatto non offre alcuna garanzia di recupero sicuro. Secondo recenti report, oltre il 60% delle aziende che hanno pagato il riscatto sono state colpite da un secondo attacco entro pochi mesi. Questo perché, una volta pagato, si viene spesso inseriti in liste di “pagatori” e si diventa bersagli privilegiati per nuove estorsioni.

    Inoltre, anche se ricevi la chiave di decrittazione, non è detto che tutti i dati vengano ripristinati correttamente. Spesso i file risultano corrotti, incompleti o addirittura ancora infetti. Il rischio di lasciare porte aperte a futuri attacchi resta altissimo.

    Racconti di aziende che ci sono ricadute: case study e lezioni incrociate

    Ho seguito da vicino diverse aziende che, dopo aver pagato il riscatto, si sono ritrovate nuovamente vittime di ransomware. Un caso emblematico riguarda una PMI del settore manifatturiero: dopo aver pagato 30.000 euro per sbloccare i dati, nel giro di sei mesi è stata colpita da un attacco quasi identico. Il motivo? Nessuna vera soluzione di backup dei dati era stata implementata e le vulnerabilità iniziali erano rimaste irrisolte.

    Queste esperienze dimostrano che affidarsi a scorciatoie come il pagamento non solo non risolve il problema, ma spesso lo aggrava. Le aziende che invece hanno investito in ransomware recovery steps strutturati – come backup offline, sistemi EDR (Endpoint Detection and Response) e procedure di cleanroom recovery – sono riuscite a recuperare i dati senza cedere al ricatto.

    Recupero dati: perché, spesso, è questione di tempismo (e strumenti adeguati)

    Il tempo è un fattore chiave nel ransomware data recovery. Agire subito, isolando i sistemi infetti e avviando le procedure di ripristino da backup, può fare la differenza tra un recupero completo e la perdita definitiva dei dati. Gli strumenti giusti – come software di backup automatizzati, snapshot frequenti e soluzioni di disaster recovery – sono fondamentali per ridurre al minimo i danni.

    Ricorda: ogni minuto conta. Più aspetti, più cresce il rischio che il ransomware si diffonda o che i dati vengano definitivamente compromessi.

    Quando la tentazione di cedere è forte ma il rischio di essere truffati è più alto

    In quei momenti di panico, la tentazione di “pagare e risolvere” sembra la via più rapida. Ma, come sottolinea Alessandro Meloni, Cyber Consultant:

    “Pagare il riscatto? Meglio investire nella prevenzione e nella rapidità di risposta.”

    Oltre al rischio di non ricevere nulla in cambio, c’è anche quello di essere nuovamente ricattati o di subire una doppia estorsione. I criminali informatici non hanno alcun interesse a rispettare la parola data.

    Dove trovare supporto affidabile: community, consulenti e risorse utili

    Non affrontare mai un attacco ransomware da solo. Esistono community online, gruppi di supporto, consulenti specializzati e risorse come la guida di UpGuard che possono aiutarti a valutare le migliori ransomware threat solutions e a pianificare i prossimi passi.

    • Forum di sicurezza informatica
    • Consulenti specializzati in ransomware recovery steps
    • Guide pratiche e checklist di data backup solutions

    Wild card: se dovessi consigliare una sola azione urgente a un amico dopo un attacco?

    Senza dubbio: isola immediatamente i sistemi infetti e verifica la disponibilità dei backup. Solo così puoi interrompere la diffusione del ransomware e iniziare il percorso di recupero dati senza cedere al ricatto.

     

    Mettere insieme i pezzi: il futuro della difesa ransomware (e la creatività come fattore chiave)

    Quando penso al futuro della ransomware defense, mi rendo conto che la vera sfida non è solo tecnica. Certo, le tecnologie evolvono e le ransomware protection strategies diventano sempre più sofisticate, ma ciò che fa davvero la differenza è la componente umana: la creatività, la capacità di adattamento e la collaborazione tra persone e reparti. In questi anni, lavorando a stretto contatto con aziende di ogni dimensione, ho visto come la cyber resilience strategy più efficace sia quella che unisce innovazione tecnologica e intelligenza collettiva.

    La cyber resilience non è solo una questione di firewall, backup e software di rilevamento. È, prima di tutto, una questione culturale. Ho imparato che le organizzazioni che investono in employee security training creativo e coinvolgente sono quelle che reagiscono meglio agli attacchi ransomware. Non basta seguire una checklist: bisogna allenarsi a pensare fuori dagli schemi, a prevedere l’imprevisto, come sottolinea anche Paola Rinaldi, Chief Security Officer:

    “La miglior difesa? Allenarsi a prevedere l’imprevisto.”

    Le esercitazioni di risposta agli incidenti, ad esempio, sono diventate il nuovo standard per le aziende resilienti. I dati lo confermano: le organizzazioni che simulano regolarmente attacchi ransomware (in media almeno 3-4 volte l’anno) riescono a recuperare i dati più velocemente e a limitare i danni. Ma non si tratta solo di esercitazioni tecniche: le simulazioni più efficaci sono quelle che coinvolgono anche il management, il reparto legale e la comunicazione. In questi scenari, il gioco di squadra tra IT e business si rivela decisivo.

    Un altro aspetto fondamentale, che spesso trascuriamo, è la capacità di imparare dagli errori. Ogni attacco subito, ogni tentativo sventato, ogni errore umano diventa una storia da condividere. Raccontare questi episodi, anche quelli più imbarazzanti, aiuta a costruire una cultura della sicurezza più autentica e partecipata. Ho visto team trasformare un errore in una sfida creativa: come evitare che accada di nuovo? Come rendere la formazione meno noiosa e più memorabile? Le risposte migliori nascono spesso da idee semplici ma fuori dagli schemi, come quiz a sorpresa, giochi di ruolo o “escape room” digitali.

    Nel mondo reale, la checklist non basta. Gli attacchi ransomware sono sempre più imprevedibili e personalizzati. Paradossalmente, proprio l’imprevedibilità può diventare una risorsa: ci costringe a restare curiosi, a non abbassare mai la guardia, a cercare soluzioni nuove. La cyber resilience strategy di domani sarà fatta di innovazione continua, esercitazioni creative e collaborazione trasversale.

    Per questo, il mio invito finale è semplice: non chiudiamoci nelle nostre certezze. Condividiamo idee, errori e soluzioni nei canali di settore, partecipiamo a forum e community, chiediamo feedback e mettiamoci alla prova. Solo così possiamo costruire una difesa ransomware davvero solida, capace di adattarsi a minacce sempre nuove.

    In conclusione, se c’è una lezione che porto con me dalla guida di sicurezza e dall’esperienza sul campo, è questa: la resilienza contro il ransomware nasce dalla creatività e dal coraggio di sperimentare. Allenarsi a prevedere l’imprevisto, imparare dagli errori e restare curiosi sono le vere chiavi per il futuro della sicurezza digitale. E voi, quali soluzioni creative avete adottato per rafforzare la vostra difesa ransomware? Condividiamole: insieme, possiamo essere più forti.

    TL;DR: Il ransomware nel 2025 non fa sconti: preparati con prevenzione autentica, strumenti di backup robusti e una strategia di risposta fuori dagli schemi. Ogni minuto conta, ma la creatività può fare la differenza. Guarda oltre le checklist e pensa anche all’inaspettato.

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